«Nel mondo di oggi c'è grande sete di Cristo e della libertà che Egli solo ci offre. Nelle case cattoliche e nella parrocchia i nostri fratelli devono trovare le fonti di acqua viva, le fonti di grazia divina, le fonti del Magistero della Chiesa e dei Sacramenti, specialmente, la Penitenza e la Sacra Eucaristia, che possono estinguere la sete spirituale di un mondo tristemente secolarizzato» (Cardinal Leo Raymond Burke, 26 Dicembre 2010)

sabato 2 dicembre 2017

Il cardinal Burke parla delle divisioni nella Chiesa, di fine dei tempi e di cosa farebbe se fosse eletto Papa



Intervistato da Paolo Gambi per il Catholic Herald il cardinal Raymond Burke ha detto che il «momento presente è pieno di confusione e di errori riguardo agli insegnamenti fondamentali della Chiesa, per esempio riguardo al matrimonio e alla famiglia. L’idea che le persone che vivono in un’unione irregolare potrebbero ricevere i sacramenti è una violazione della verità per quanto riguarda sia l’indissolubilità del matrimonio che la santità dell’Eucaristia. San Paolo ci dice nella sua Prima Lettera ai Corinzi che prima di avvicinarci per ricevere il Corpo di Cristo, dobbiamo esaminare noi stessi, o mangiamo la nostra condanna ricevendo l’Eucaristia in modo indegno. Ora la confusione nella Chiesa va anche oltre, perché oggi c’è confusione sul fatto che ci siano atti intrinsecamente malvagi e questo, naturalmente, è il fondamento della legge morale. Quando questa fondazione inizia a essere messa in discussione all’interno della Chiesa, allora l’intero ordine della vita umana e l’ordine della stessa Chiesa sono in pericolo. Quindi c’è la sensazione che nel mondo di oggi, che si basa sul secolarismo con un approccio completamente antropocentrico, con il quale pensiamo di poter creare il nostro significato di vita e significato della famiglia e così via, la Chiesa stessa sembra essere confusa. In questo senso si può avere la sensazione che la Chiesa dia l’impressione di non essere disposta ad obbedire ai mandati di Nostro Signore. Allora forse siamo arrivati alla fine dei tempi».

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venerdì 24 novembre 2017

Card. Burke: "La Chiesa sembra non conoscere se stessa, la sua identità in Cristo"


In un recente discorso, in occasione dell'apertura del Fatima Centennial Summit di Dallas (Texas), il Cardinale Raymond Burke ha evidenziato il messaggio di Nostra Signora di Fatima come contromisura per sanare lo stato attuale delle cose nella Chiesa e nel mondo.
"Il mondo non ha mai avuto bisogno della testimonianza chiara e coraggiosa della Chiesa come oggi" - ha affermato il cardinale Raymond Burke - ma "la Chiesa sembra non conoscere se stessa, la sua identità in Cristo che ci viene incontro attraverso la tradizione apostolica ininterrotta".
"L'urgente necessità di una nuova evangelizzazione del mondo, possibile grazie a una nuova evangelizzazione della Chiesa stessa, non è mai stata più urgente. Il messaggio di Nostra Signora di Fatima non è mai stato più attuale".
Per questa e per altre intenzioni il Cardinal Burke celebrerà una messa pontificale presso il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe di La Crosse (Wisconsin) domenica 10 dicembre 2017 a partire dalle ore 9:30.

martedì 14 novembre 2017

Nuovo appello di Burke al papa - A New Appeal From Burke To the Pope - Nuevo llamamiento de Burke al Papa - Nouvel appel de Burke au Pape


(Intervista col cardinale Raymond Leo Burke raccolta da Edward Pentin del National Catholic Register)
D. – Eminenza, proprio oggi è passato un anno da quando lei, il cardinale Walter Brandmüller e i due cardinali recentemente scomparsi, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, avete pubblicato i "dubia". A che punto siamo?
R. – A un anno dalla pubblicazione dei "dubia" su "Amoris laetitia", che non hanno ottenuto alcuna risposta dal Santo Padre, constatiamo che la confusione sull’interpretazione dell’esortazione apostolica è sempre maggiore. Per questo motivo si fa ancora più urgente la nostra preoccupazione per la situazione della Chiesa e per la sua missione nel mondo. Io, naturalmente, continuo ad essere in regolare contatto con il cardinale Walter Brandmüller per quanto riguarda questi gravissimi problemi. E tutti e due rimaniamo in profonda unione con i due cardinali defunti Joachim Meisner e Carlo Caffarra, che ci hanno lasciati nel corso degli ultimi mesi. Così, ancora una volta faccio presente la gravità della situazione, che continua a peggiorare.
D. – Si è molto parlato dei pericoli della natura ambigua del capitolo 8 di "Amoris laetitia", sottolineando che è aperto a molte interpretazioni. Perché fare chiarezza è così importante?
R. – La chiarezza nell’insegnamento non implica alcuna rigidità che impedisca al popolo di camminare sulla via del Vangelo, ma, al contrario, la chiarezza dona la luce necessaria ad accompagnare le famiglie sulla via del discepolato di Cristo. È l’oscurità che ci impedisce di vedere il cammino e ostacola l’azione evangelizzatrice della Chiesa, come dice Gesù: “Arriva la notte, in cui nessuno può lavorare” (Gv 9, 4).
D. – Può spiegare di più la situazione attuale alla luce dei "dubia"?
R. – La presente situazione, lungi dal diminuire l'importanza dei "dubia", li rende ancora più pressanti. Non si tratta affatto, come qualcuno ha detto, di una “ignorantia affectata”, che solleva dubbi solo perché non vuole accettare un determinato insegnamento. Piuttosto, la preoccupazione è stata ed è di determinare con precisione ciò che il papa ha voluto insegnare come successore di Pietro. Le domande nascono, quindi, proprio dal riconoscimento dell’ufficio petrino che papa Francesco ha ricevuto dal Signore al fine di confermare i suoi fratelli nella fede. Il magistero è un dono di Dio alla Chiesa per fare chiarezza sui punti che riguardano il deposito della fede. Affermazioni alle quali mancasse questa chiarezza non potrebbero essere, per loro stessa natura, espressioni qualificate del magistero.
D. – Perché è così pericoloso, secondo lei, che ci siano interpretazioni diverse di "Amoris laetitia", in particolare sull'approccio pastorale di chi vive in unioni irregolari e specificamente sui divorziati risposati civilmente che non vivono in continenza e ricevono la santa comunione?
R. – È palese che alcune indicazioni di "Amoris laetitia" riguardanti aspetti essenziali della fede e della pratica della vita cristiana hanno ricevuto varie interpretazioni, che sono divergenti e a volte incompatibili tra loro. Questo fatto incontestabile conferma che quelle indicazioni sono ambivalenti e permettono un varietà di letture, molte delle quali sono in contrasto con la dottrina cattolica. Perciò le questioni sollevate da noi cardinali riguardano che cosa abbia insegnato esattamente il Santo Padre e come il suo insegnamento si armonizzi con il deposito della fede, dato che il magistero “non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio” (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica "Dei Verbum", n. 10).
D. – Non ha chiarito il papa su quale posizione egli si pone, tramite la sua lettera ai vescovi argentini, nella quale egli ha affermato che "non vi è altra interpretazione" se non le linee guida che questi vescovi hanno indicato, linee guida che hanno lasciata aperta per delle coppie non sposate ma in intimità sessuale la possibilità di ricevere la santa eucaristia?
R. – Al contrario di quanto alcuni hanno detto, non possiamo considerare una risposta adeguata alle domande da noi poste la lettera del papa ai vescovi della regione di Buenos Aires, scritta poco prima che egli ricevesse i "dubia" e contenente commenti alle linee guida pastorali dei vescovi. Da una parte, queste linee guida possono essere interpretate in modi differenti; dall’altra, non è chiaro che questa lettera sia un testo magisteriale, nel quale il papa abbia voluto parlare alla Chiesa universale come successore di Pietro. Già il fatto che si sia conosciuta quella lettera perché fatta filtrare alla stampa – e solo dopo sia stata resa nota dalla Santa Sede – solleva un ragionevole dubbio sull'intenzione del Santo Padre di rivolgerla alla Chiesa universale. Inoltre, risulterebbe un po' strano – e contrario al desiderio esplicitamente formulato da papa Francesco di lasciare la concreta applicazione di "Amoris laetitia" ai vescovi di ogni paese (cfr. AL 3) – che ora egli imponga alla Chiesa universale quelle che sono soltanto le concrete direttive di una particolare regione. E non dovrebbero allora essere considerate tutte invalide le differenti disposizioni promulgate da vari vescovi nelle rispettive diocesi, da Philadelphia a Malta? Un insegnamento che non è sufficientemente determinato, tanto nella sua autorità quanto nel suo contenuto effettivo, non può mettere in dubbio la chiarezza del costante insegnamento della Chiesa, che, in ogni caso, rimane sempre normativo.
D. – La preoccupa anche il permesso dato da alcune conferenze episcopali a dei divorziati risposati che vivono “more uxorio" (cioè avendo relazioni sessuali) di ricevere la santa comunione senza un fermo proposito di cambiar vita, contraddicendo così l'insegnamento pontificio precedente, in particolare l’esortazione apostolica di san Giovanni Paolo II "Familiaris consortio"?
R. – Sì, i "dubia" e le domande restano aperti. Quelli che sostengono che la disciplina insegnata da "Familiaris consortio" 84 è cambiata si contraddicono l'un l'altro quando arrivano a spiegarne le ragioni e le conseguenze. Alcuni arrivano fino al punto di sostenere che i divorziati in nuova unione che continuano a vivere "more uxorio", non si troverebbero in uno stato oggettivo di peccato mortale (citando in appoggio AL 303); mentre altri negano questa interpretazione (citando in appoggio AL 305), ma lasciano completamente al giudizio della coscienza di determinare i criteri di accesso ai sacramenti. Sembra che l'obiettivo di tanti interpreti sia di arrivare, in un modo o nell'altro, a un cambiamento di disciplina, mentre le ragioni che essi adducono a questo fine non hanno importanza. Né essi mostrano alcuna preoccupazione su quanto mettono in pericolo materie essenziali del deposito della fede.
D. – Qual è l'effetto tangibile che questa miscela di interpretazioni ha avuto?
R. – Questa confusione ermeneutica ha già prodotto un triste risultato. Infatti, l'ambiguità riguardo a un punto concreto della cura pastorale della famiglia ha portato alcuni a proporre un cambiamento di paradigma dell'intera pratica morale della Chiesa, le cui fondamenta sono state autoritativamente insegnate da san Giovanni Paolo II nella sua enciclica "Veritatis splendor ".
In effetti è stato messo in moto un processo che è eversivo di parti essenziali della tradizione. Per quanto riguarda la morale cristiana, alcuni sostengono che le norme morali assolute devono essere relativizzate e che una coscienza soggettiva e autoreferenziale debba avere un primato – in definitiva equivoco – in materie che toccano la morale. Quello che è in gioco, dunque, non è in alcun modo secondario rispetto al "kerygma”, cioè al messaggio fondamentale del Vangelo. Stiamo parlando della possibilità o no che l’incontro con Cristo, per grazia di Dio, dia forma al cammino della vita cristiana, in modo che possa essere in armonia con il disegno sapiente del Creatore. Per comprendere la portata di tali cambiamenti, basta pensare a cosa succederebbe se questo ragionamento fosse applicato ad altri casi, come quello di un medico che effettua aborti, di un politico che fa parte di un reticolo di corruzione, di una persona sofferente che decide di fare una richiesta di suicidio assistito...
D. – Alcuni hanno detto che l'effetto più rovinoso di tutto ciò è che configura un attacco ai sacramenti, oltre che all'insegnamento morale della Chiesa. È così?
R. – Al di là del dibattito morale, il senso della pratica sacramentale va degradandosi sempre di più nella Chiesa, specialmente quando si tratta dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia. Il criterio decisivo per l'ammissione ai sacramenti è sempre stato la coerenza del modo di vivere di una persona con gli insegnamenti di Gesù. Se invece il criterio decisivo diventasse l'assenza della colpevolezza soggettiva della persona – come hanno suggerito alcuni interpreti di "Amoris laetitia" – ciò non cambierebbe la natura stessa dei sacramenti? Infatti, i sacramenti non sono incontri privati ​​con Dio, né sono mezzi di integrazione sociale in una comunità. Piuttosto, sono segni visibili ed efficaci della nostra incorporazione in Cristo e nella sua Chiesa, in cui e per mezzo di cui la Chiesa pubblicamente professa e mette in pratica la sua fede. Quindi trasformare la diminuita colpevolezza soggettiva o la mancanza di colpevolezza di una persona nel criterio decisivo per l'ammissione ai sacramenti metterebbe a rischio la stessa "regula fidei", la regola della fede, che i sacramenti proclamano e attuano non solo con parole ma anche con gesti visibili. Come potrebbe la Chiesa continuare ad essere sacramento universale di salvezza se il significato dei sacramenti fosse svuotato del suo contenuto?
D. – Nonostante il fatto che lei e tanti altri, tra cui oltre 250 accademici e preti che hanno pubblicato una "correzione filiale", abbiate già espresso seri dubbi circa gli effetti di questi passaggi di "Amoris laetitia", e poiché finora non avete ricevuto nessuna risposta da parte del Santo Padre, lei intende qui rivolgergli un ultimo appello?
R. – Sì, per queste gravi ragioni, un anno dopo aver resi pubblici i "dubia", mi rivolgo di nuovo al Santo Padre e a tutta la Chiesa, sottolineando quanto sia urgente che, nell'esercitare il ministero che ha ricevuto dal Signore, il papa confermi i suoi fratelli nella fede con una chiara manifestazione dell'insegnamento riguardante sia la morale cristiana che il significato della pratica sacramentale della Chiesa.

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(An interview with Cardinal Raymond Leo Burke conducted by Edward Pentin of the National Catholic Register)
Q: – Your Eminence, at what stage are we since you, Cardinal Walter Brandmüller, and the two recently deceased cardinals, Carlo Caffarra and Joachim Meisner, made the "dubia" public a year ago this week?
A: – One year after the publication of the "dubia" on "Amoris Laetitia", which have not received any response from the Holy Father, we observe an increasing confusion about the ways of interpreting the Apostolic Exhortation. Hence our concern for the Church’s situation and for her mission in the world becomes ever more urgent. I, of course, remain in regular communication with Cardinal Walter Brandmüller regarding these gravest of matters. Both of us remain in profound union with the two late Cardinals Joachim Meisner and Carlo Caffarra, who have passed away in the course of the last months. Thus, I once again present the gravity of the situation which is continually worsening.
Q: – Much has been said about the dangers of the ambiguous nature of Chapter 8 of "Amoris Laetitia", stressing that it is open to much interpretation. Why is clarity so important?
A: – Clarity in teaching does not imply any rigidity, which would impede people from walking on the Gospel path, but, on the contrary, clarity provides the light necessary for accompanying families on the way of Christian discipleship. It is obscurity that keeps us from seeing the path and that hinders the evangelizing action of the Church, as Jesus says, “Night comes, when no one can work” (Jn 9:4).
Q: – Could you explain more about the current situation in light of the "dubia"?
A: – The current situation, far from diminishing the importance of the "dubia" or questions, makes them still more pressing. It is not at all – as some have suggested – a matter of an "affected ignorance", which poses doubts only because it is unwilling to accept a given teaching. Rather, the concern was and is to determine precisely what the Pope wanted to teach as Successor of Peter. Thus, the questions arise from the recognition of the Petrine office that Pope Francis has received from the Lord for the purpose of confirming his brothers in the faith. The Magisterium is God’s gift to the Church to provide clarity on issues that regard the deposit of the faith. By their very nature, affirmations that lack this clarity cannot be qualified expressions of the magisterium.
Q: – Why is it so dangerous in your view for there to be differing interpretations of "Amoris Laetitia", particularly over the pastoral approach of those living in irregular unions, and specifically over civilly remarried divorcees not living in continence and receiving Holy Communion?
A: – It is evident that some of "Amoris Laetitia"'s indications regarding essential aspects of the faith and of the practice of the Christian life have received various interpretations that are divergent and at times incompatible with each other. This incontestable fact confirms that these indications are ambivalent, permitting a variety of readings, many of which are in contrast to Catholic doctrine. The questions we Cardinals have raised thus regard what exactly the Holy Father has taught and how his teaching harmonizes with the deposit of the faith, given that the magisterium "is not above the word of God, but serves it, teaching only what has been handed on, listening to it devoutly, guarding it scrupulously and explaining it faithfully in accord with a divine commission and with the help of the Holy Spirit, it draws from this one deposit of faith everything which it presents for belief as divinely revealed" (Vatican Council II, Dogmatic Constitution "Dei Verbum", n. 10).
Q: – Hasn’t the Pope made clear where he stands, through his letter to Argentine bishops in which he said there is "no other interpretation" than the guidelines those bishops issued – guidelines which left open the possibility of some sexually-active unmarried couples receiving the Holy Eucharist?
A: – Contrary to what some have claimed, we cannot consider the Pope’s letter to the bishops of the region of Buenos Aires, written shortly before receiving the "dubia" and containing comments on the bishops’ pastoral guidelines, an adequate response to the questions posed. On the one hand, these guidelines can be interpreted in different ways; on the other, it is not clear that this letter is a magisterial text, in which the Pope intended to speak to the universal Church as the Successor of Peter. The fact that the letter first became known because it had been leaked to the press – and was only later made public by the Holy See – raises a reasonable doubt about the Holy Father’s intention to direct it to the universal Church. In addition, it would turn out to be quite astonishing – and contrary to Pope Francis’ explicitly formulated desire to leave the concrete application of "Amoris Laetitia" to the bishops of each country (cf. AL 3) – that now he should impose on the universal Church what are only the concrete directives of a particular region. And shouldn’t the different dispositions promulgated by various bishops in their dioceses from Philadelphia to Malta then all be considered invalid? A teaching that is not sufficiently determined with respect to its authority and its effective content cannot cast into doubt the clarity of the Church’s constant teaching which, in any case, remains always normative.
Q: – Are you also concerned that, by some bishops’ conferences allowing certain remarried divorcees living "more uxorio" (having sexual relations) to receive Holy Communion without a firm purpose of amendment, they are contradicting previous papal teaching, in particular Pope St. John Paul II’s apostolic exhortation, "Familiaris Consortio"?
A: – Yes, the "dubia" or questions remain open. Those who assert that the discipline taught by "Familiaris Consortio" 84 has changed contradict each other when it comes to explaining the reasons and the consequences. Some go as far as to say that the divorced in a new union, who continue to live "more uxorio", do not find themselves in an objective state of mortal sin (citing in support AL 303); others deny this interpretation (citing in support AL 305), yet completely leave it up to the judgment of conscience to determine the criteria of access to the sacraments. It seems that the goal of the interpreters is to arrive, in whatever way, at a change in discipline, while the reasons they adduce to this end are of no importance. Nor do they show any concern about how much they put into danger essential matters of the deposit of faith.
Q: – What tangible effect has this mix of interpretations had?
A: – This hermeneutical confusion has already produced a sad result. In fact, the ambiguity regarding a concrete point of the pastoral care of the family has led some to propose a paradigm shift regarding the Church’s entire moral practice, the foundations of which have been authoritatively taught by Saint John Paul II in his encyclical "Veritatis Splendor".
Indeed a process has been put into motion that is subversive of essential parts of the Tradition. Concerning Christian morality, some claim that absolute moral norms need to be relativized and that a subjective, self-referential conscience needs to be given an – ultimately equivocal – primacy in matters touching morals. What is at stake, therefore, is in no way secondary to the "kerygma" or basic Gospel message. We are speaking about whether or not a person’s encounter with Christ can, by the grace of God, give form to the path of the Christian life so that it may be in harmony with the Creator’s wise design. To understand how far-reaching these proposed changes are, it is enough to think of what would happen if this reasoning were to be applied to other cases, such as that of a medical doctor performing abortions, of a politician belonging to a ring of corruption, of a suffering person deciding to make a request for assisted suicide...
Q: – Some have said the most pernicious effect of all of this is that it represents an attack on the Sacraments as well as the Church’s moral teaching. How is this so?
A: – Over and above the moral debate, the sense of the ecclesial sacramental practice is increasingly eroding in the Church, especially when it comes to the sacraments of Penance and the Eucharist. The decisive criterion for admission to the sacraments has always been the coherence of a person’s way of life with the teachings of Jesus. If instead the decisive criterion were now to become the absence of a person’s subjective culpability – as some interpreters of "Amoris Laetitia" have suggested – would this not change the very nature of the sacraments? In fact, the sacraments are not private encounters with God, nor are they means of social integration into a community. Rather, they are visible and effective signs of our incorporation into Christ and His Church, in and by which the Church publicly professes and actuates her faith. Thus by turning a person’s subjective diminished culpability or lack of culpability into the decisive criterion for the admission to the sacraments, one would endanger the very "regula fidei", the rule of faith, which the sacraments proclaim and actuate not only by words but also by visible gestures. How could the Church continue to be the universal sacrament of salvation if the meaning of the sacraments were to be emptied of its content?
Q: – Despite you and many others, including over 250 academics and priests who issued a "filial correction", clearly having very serious misgivings about the effects of these passages in "Amoris Laetitia", and because you have so far received no response from the Holy Father, are you here making a final plea to him?
A: – Yes, for these grave reasons, one year after rendering public the "dubia", I again turn to the Holy Father and to the whole Church, emphasizing how urgent it is that, in exercising the ministry he has received from the Lord, the Pope should confirm his brothers in the faith with a clear expression of the teaching regarding both Christian morality and the meaning of the Church’s sacramental practice.

***

(Entrevista al Cardenal Raymond Leo Burke de Edward Pentin, del National Catholic Register)
P: – Eminencia, ¿en qué punto estamos desde que usted, el Cardenal Walter Brandmüller y los dos cardenales fallecidos recientemente, Carlo Caffarra y Joachim Meisner, hicieron públicos los "dubia" hace ahora un año?
R: – Un año después de la publicación de los "dubia" sobre "Amoris Laetitia", que no han recibido respuesta del Santo Padre, observamos una mayor confusión sobre los modos de interpretar dicha Exhortación apostólica. Por consiguiente, nuestra inquietud acerca de la situación de la Iglesia y su misión en el mundo es mayor que nunca. Me mantengo regularmente en comunicación con el Cardenal Walter Brandmüller respecto a estas graves cuestiones. Ambos estamos en profunda unión con los dos cardenales fallecidos en los últimos meses, Joachim Meisner y Carlo Caffarra. Por lo tanto, de nuevo, reitero la gravedad de la situación, que empeora a medida que pasa el tiempo.
P: – Se ha dicho mucho sobre los peligros de la naturaleza ambigua del capítulo ocho de "Amoris Laetitia", poniendo en evidencia que está abierta a distintas interpretaciones. ¿Por qué es tan importante la claridad?
R: – La claridad en la enseñanza no implica intransigencia, que obstaculizaría que la gente recorriera el camino del Evangelio, sino, al contrario, la claridad proporciona la luz necesaria para acompañar a las familias en el camino del discipulado cristiano. Es la oscuridad la que no nos permite ver el camino, impidiendo la acción evangelizadora de la Iglesia, tal como dijo Jesús: "Viene la noche y nadie podrá hacer las obras" (Jn 9, 4).
P: – ¿Puede explicar la situación actual a la luz de los "dubia"?
R: – La situación actual, en lugar de disminuir la importancia de los "dubia" o las preguntas, realza su importancia. No es en absoluto, como algunos han sugerido, una cuestión de "ignorancia afectada", que plantea dudas sólo porque no desea aceptar la enseñanza. Más bien al contrario, la preocupación era y es determinar precisamente lo que el Papa quiere enseñar como Sucesor de Pedro. Por lo tanto, las preguntas surgen debido al reconocimiento del oficio petrino que el Papa Francisco ha recibido del Señor para confirmar a sus hermanos en la fe. El Magisterio es el don de Dios a la Iglesia para aclarar las cuestiones que conciernen el depósito de la fe. Por su naturaleza, las afirmaciones que no tienen esta claridad no pueden ser expresiones cualificadas del Magisterio.
P: – ¿Por qué es tan peligroso, desde su punto de vista, estas interpretaciones de "Amoris Laetitia" tan distintas, sobre todo en lo que respecta al enfoque pastoral de quienes viven una unión irregular y, concretamente, de los divorciados que se han vuelto a casar y que no viven en continencia y reciben la Sagrada Comunión?
R: – Es evidente que algunas de las indicaciones de "Amoris Laetitia" concernientes a los aspectos esenciales de la fe y a la práctica de la vida cristiana han tenido varias interpretaciones, divergentes entre ellas y, a veces, incluso incompatibles. Este hecho incontestable confirma que estas indicaciones son ambivalentes, permitiendo una gran variedad de lecturas, muchas de las cuales están en contraste con la doctrina católica. Las preguntas que nosotros, los cardenales, planteamos conciernen a lo que enseña exactamente el Santo Padre y cómo esta enseñanza se armoniza con el depósito de la fe, dado que el Magisterio “no está sobre la palabra de Dios, sino que la sirve, enseñando solamente lo que le ha sido confiado, por mandato divino y con la asistencia del Espíritu Santo la oye con piedad, la guarda con exactitud y la expone con fidelidad, y de este único depósito de la fe saca todo lo que propone como verdad revelada por Dios que se ha de creer” (Concilio Vaticano II, Constitución dogmática "Dei Verbum", n. 10).
P: – ¿No ha dejado clara su postura el Papa a través de su carta a los obispos argentinos, en la que dice que "no hay otra interpretación" más que las directrices que estos han publicado, directrices que dejan abierta la posibilidad de que algunas parejas no casadas y sexualmente activas reciban la Sagrada Eucaristía?
R: – Contrariamente a lo que algunos han declarado, no podemos considerar la carta del Papa a los obispos de la región de Buenos Aires, escrita poco después de recibir los "dubia" y que contiene comentarios a las directrices pastorales de los obispos, una respuesta adecuada a las preguntas planteadas. Por otro lado, estas directrices pueden interpretarse de muchas maneras; y tampoco está claro que esta carta sea un texto magisterial, con el que el Papa quiera hablar a la Iglesia universal como Sucesor de Pedro. El hecho que se conociera el contenido de la carta porque fue filtrado a la prensa –sólo más tarde la Santa Sede la hizo pública– plantea una duda razonable sobre la intención del Santo Padre de dirigirla a la Iglesia universal. Además, sería bastante asombroso –y contrario al deseo expresamente formulado por el Papa Francisco de dejar la aplicación concreta de "Amoris Laetitia" a los obispos de cada país (cfr. AL 3)– que impusiera a la Iglesia universal lo que son las directrices concretas de una región en particular. ¿Deberían entonces considerarse no válidas las distintas disposiciones promulgadas por los diferentes obispos en sus diócesis, desde Filadelfia a Malta? Una enseñanza que no esté suficientemente determinada con respecto a su autoridad y su contenido efectivo no puede poner en duda la claridad de la enseñanza continua de la Iglesia que, en cualquier caso, es siempre normativa.
P: – ¿Está usted también preocupado por el hecho que algunas conferencias episcopales permiten a algunos divorciados que se han vuelto a casar vivir "more uxorio" (tener relaciones sexuales) y recibir la Sagrada Comunión sin tener el firme propósito de enmienda, por lo que contradicen la enseñanza papal previa, sobre todo la Exhortación apostólica de San Juan Pablo II, "Familiaris Consortio"?
R: – Sí, los "dubia" o las preguntas permanecen abiertas. Quienes afirman que la disciplina enseñada por "Familiaris Consortio" 84 ha cambiado se contradicen entre ellos cuando llega el momento de explicar las razones y las consecuencias. Algunos incluso llegan a decir que los divorciados en una nueva unión, que continúan viviendo "more uxorio", no están en un estado objetivo de pecado mortal (citando para sostener su tesis AL 303); otros niegan esta interpretación (y citan AL 305), dejando totalmente al juicio de la conciencia el criterio de acceso a los sacramentos. Parece que el objetivo de los intérpretes es llegar, del modo que sea, a un cambio en la disciplina, aduciendo razones, que no son importantes, para alcanzar este fin. Tampoco demuestran ninguna preocupación sobre el peligro al que someten las cuestiones fundamentales del depósito de la fe.
P: – ¿Qué efectos tangibles tiene esta mezcla de interpretaciones?
R: – Esta confusión hermenéutica ya ha tenido tristes consecuencias. De hecho, la ambigüedad respecto al punto concreto de la atención pastoral a la familia ha llevado a algunos a proponer un cambio en el paradigma que atañe a toda la práctica moral de la Iglesia, cuyos fundamentos habían sido enseñados de manera autorizada por San Juan Pablo II en su Encíclica "Veritatis Splendor".
Además, se ha puesto en marcha un proceso que subvierte las partes fundamentales de la Tradición. En lo que respecta a la moralidad cristiana, algunos declaran que las normas morales absolutas necesitan ser revitalizadas y que hay que dar primacía –erróneamente– a la conciencia subjetiva y autorreferencial en cuestiones que atañen a la moral. Lo que está en juego, entonces, no es en absoluto secundario al "kerygma" o al mensaje fundamental del Evangelio. Estamos hablando sobre si el encuentro de una persona con Cristo puede, por la gracia de Dios, dar forma al camino de la vida cristiana, para que esté en armonía con el sabio plan del Creador. Para comprender el alcance que pueden tener los cambios propuestos, basta pensar qué pasaría si dicho razonamiento se aplicara a otros casos, como el de un médico que practica abortos, o un político que pertenece a un ámbito corrupto, o una persona que sufre y que decide pedir el suicidio asistido...
P: – Algunos han dicho que el efecto más perjudicial de todo esto es que representa un ataque a los sacramentos y a la enseñanza moral de la Iglesia. ¿Cómo es esto?
R: – Más allá del debate moral, lo que se está socavando cada vez más en la Iglesia es el significado de la práctica sacramental religiosa, sobre todo respecto a las sacramentos de la Reconciliación y la Eucaristía. El criterio decisivo para la admisión a los sacramentos siempre ha sido la coherencia de la vida de la persona con las enseñanzas de Jesús. Si el criterio decisivo es ahora la ausencia de la culpabilidad subjetiva de la persona –como han sugerido algunas interpretaciones de "Amoris Laetitia"– ¿no cambiará esto la verdadera naturaleza de los sacramentos? De hecho, los sacramentos no son encuentros privados con Dios y tampoco son un medio de integración social en la comunidad, sino que son los signos visibles y efectivos de nuestra incorporación a Cristo y su Iglesia, dentro y a través de los cuales la Iglesia profesa y actúa públicamente su fe. Por consiguiente, convertir la disminución de la culpabilidad subjetiva de una persona, o su falta de culpabilidad, en el criterio decisivo para la admisión a los sacramentos, pone en peligro la verdadera "regula fidei", el gobierno de la fe, que los sacramentos proclaman y actúan no sólo con palabras, sino también con gestos visibles. ¿Cómo puede seguir siendo la Iglesia el sacramento universal de salvación si el significado de los sacramentos son vaciados de su contenido?
P: – Desde su posición y la de muchos otros, incluyendo más de 250 estudiosos y sacerdotes que publicaron una "corrección filial", pues claramente hay serias dudas acerca de los efectos de estos pasajes en "Amoris Laetitia", ¿está usted haciendo una súplica final al Santo Padre visto que aún no ha recibido respuesta por su parte?
R: – Sí, por estas graves razones, un año después de hacer públicos los "dubia", me dirijo de nuevo al Santo Padre y a toda la Iglesia, resaltando la urgencia que tiene, para el ejercicio del ministerio que ha recibido del Señor, que el Papa confirme a sus hermanos en la fe con una expresión clara de la enseñanza respecto a la moralidad cristiana y al significado de la práctica sacramental de la Iglesia.

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Interview du cardinal Raymond Leo Burke recueillie par Edward Pentin du National Catholic Register.
Q. – Votre Eminence, où en sommes-nous depuis que vous, le cardinal Walter Bandmüller et les deux cardinaux décédés récemment, Carlo Caffarra et Joachim Meisner avez rendu les « dubia » publics voici un an cette semaine ?
R. – Un an après la publication des « dubia » sur Amoris laetitia, qui n’ont reçu aucune réponse du Saint-Père, nous observons une confusion grandissante concernant les différentes façons d’interpréter l’exhortation apostolique. Notre préoccupation pour la situation de l’Eglise et pour sa mission dans le monde n’en est donc que plus pressante. Personnellement, je reste bien sûr en contact régulier avec le cardinal Walter Bandmüller sur ces problèmes de la plus haute importance. Nous demeurons tous deux en profonde union avec les deux cardinaux décédés récemment, Joachim Meisner et Carlo Caffarra, qui nous ont quittés ces derniers mois. Je déplore donc à nouveau la gravité de la situation qui ne fait qu’empirer.
Q. – On a dit beaucoup de choses sur les dangers de la nature ambigüe du chapitre 8 d’Amoris laetitia en insistant sur le fait qu’il est ouvert à trop d’interprétations. Pourquoi la clarté est-elle si importante ?
R. – La clarté de l’enseignement n’implique aucune rigidité susceptible d’empêcher les gens de suivre le chemin de l’Evangile.  Bien au contraire, la clarté fournit la lumière nécessaire pour accompagner les familles sur la voie à suivre pour devenir des disciples. C’est l’obscurité qui nous empêche de voir le chemin et qui empêche l’action évangélisatrice de l’Eglise, comme Jésus le dit : « La nuit vient où personne ne pourra plus travailler. » (Jn 9, 4).
Q. – Pourriez-vous nous en dire davantage sur la situation actuelle à la lumière des « dubia » ?
R. – La situation actuelle, bien loin d’amoindrir l’importance des « dubia » ou questions, les rend encore plus urgents. Il ne s’agit en rien – comme certains l’ont laissé entendre – d’une « ignorance affectée » [can. 1325] qui ne soulèverait des doutes que parce qu’elle n’est pas disposée à accepter un enseignement donné. Au contraire, la préoccupation était et demeure encore de déterminer précisément ce que le pape voulait enseigner en tant que successeur de Pierre. Autrement dit, ces questions ne sont posées que parce que nous reconnaissons le ministère pétrinien que le Pape François a reçu du Seigneur dans le but d’affermir ses frères dans la foi. Le Magistère est le don que Dieu fait à l’Eglise pour clarifier des problèmes concernant le dépôt de la foi. Par leur nature même, les affirmations auxquelles cette clarté ferait défaut ne sauraient être qualifiées d’expressions du Magistère.
Q. – Pourquoi est-il si dangereux, selon vous, qu’il y ait différentes interprétations d’Amoris laetitia, surtout en ce qui concerne l’approche pastorale de ceux qui vivent dans des unions irrégulières et plus spécifiquement concernant les divorcés remariés civilement qui ne vivent pas en continence et qui reçoivent la Sainte Communion ?
R. – Il est évident que certaines dispositions d’Amoris laetitia relatives à certains aspects essentiels de la foi et de pratique de la vie chrétienne ont reçu des interprétations divergentes et parfois incompatibles entre elles. C’est un fait incontestable qui confirme que ces indications sont ambivalentes et permettent différentes lectures dont plusieurs contrastent avec la doctrine catholique. Les questions que nous cardinaux avons posées concernent donc ce que le Saint-Père a précisément enseigné et la façon dont cet enseignement s’harmonise avec le dépôt de la foi, étant donné que le Magistère « n’est pas au-dessus de la Parole de Dieu, mais il est à son service, n’enseignant que ce qui a été transmis, puisque par mandat de Dieu, avec l’assistance de l’Esprit Saint, il écoute cette Parole avec amour, la garde saintement et l’expose aussi avec fidélité, et puise en cet unique dépôt de la foi tout ce qu’il propose à croire comme étant révélé par Dieu. » (Concile Vatican II, Constitution dogmatique « Dei Verbum », n°10).
Q. – Le pape n’a-t-il pas clairement exprimé sa pensée dans cette lettre adressées aux évêques argentins dans laquelle il écrit qu’il n’y a « aucune autre interprétation possible » que celle des lignes directrices promulguées par ces évêques – des lignes directrices qui laissent ouverte la possibilité à certains couples non mariés et actifs sexuellement de recevoir la Sainte Eucharistie ?
R. – Contrairement à ce que certains ont prétendu, on ne peut pas considérer que la lettre du Pape aux évêques de la région de Buenos Aires, rédigée peu avant la réception des « dubia », et contenant des commentaires sur les lignes directrices pastorales des évêques constitue une réponse adéquate aux questions posées. D’un côté, ces lignes directrices peuvent être interprétées de différentes façons et de l’autre, il n’est pas clair que cette lettre constitue un texte magistériel dans lequel le Pape ait eu l’intention de s’adresser à l’Eglise universelle en tant que successeur de Pierre. Le fait que cette lettre ait d’abord été rendue publique à la suite d’une fuite dans la presse – et qu’elle n’ait été publié que plus tard par le Saint-Siège – soulève un doute raisonnable sur l’intention du Saint-Père de l’adresser à l’Eglise universelle. De plus, il serait assez surprenant – et contraire au désir explicitement formulé par le Pape François de laisser l’application concrète d’Amoris laetitia aux évêques de chaque pays (cf. AL 3) – qu’il impose maintenant à toute l’Eglise ce qui ne sont que les directives concrètes d’une région particulière. Si c’était le cas, les différentes dispositions promulguées par les autres évêques dans leurs diocèses, de Philadelphie à Malte, devraient-elles être toutes considérées comme étant invalides ? Un enseignement dont l’autorité et le contenu précis ne sont pas suffisamment déterminés ne peut pas mettre en doute la clarté de l’enseignement constant de l’Eglise qui, dans tous les cas, demeure toujours normatif.
Q. – Êtes-vous préoccupé par le fait que certaines conférences épiscopales permettent à certains divorcés remariés vivant « more uxorio » (entretenant des relations sexuelles) de recevoir la Sainte Communion sans ferme résolution de s’amender, en contradiction avec l’enseignement papal précédent, notamment celui de l’exhortation apostolique « Familiaris Consortio » du pape Saint Jean-Paul II ?
R. – Oui, les « dubia » ou questions restent ouvertes. Ceux qui affirment que la discipline enseignée par « Familiaris Consortio » 84 a changé se contredisent les uns les autres quand il s’agit d’en expliquer les raisons et les conséquentes. Certains vont jusqu’à dire que les divorcés dans une nouvelle union qui continuent à vivre « more uxorio » ne se trouvent pas en situation objective de péché mortel (en se référant à AL 305) tout en s’en remettant complètement au jugement de la conscience pour déterminer le critère d’accès aux sacrements. Il semble que le but de ces interprètes soit de parvenir, d’une façon ou d’une autre, à un changement de discipline alors que les raisons qu’ils invoquent pour y parvenir sont sans importance. Pas plus qu’ils ne semblent se préoccuper de mettre en danger des points essentiels du dépôt de la foi.
Q. – Quels pourraient être les conséquences tangibles de ce cocktail d’interprétations ?
R. – Cette confusion herméneutique a déjà produit un résultat regrettable. En fait, l’ambigüité concernant un point concret du soin pastoral de la famille en a conduit certains à proposer un glissement de paradigme concernant la pratique morale de l’Eglise dans son ensemble, pratique dont les fondements avaient été enseignées avec autorité par Saint Jean-Paul II dans son encyclique « Veritatis Splendor ».
En effet, un processus subversif pour des parties essentielles de la Tradition a été mis en mouvement. Pour ce qui est de la morale chrétienne, certains prétendent que les normes morales absolues devraient être relativisées et qu’on devrait accorder à la conscience subjective et autoréférentielle la primauté – qui sera en fin de compte équivoque – en matière de morale. Ce qui est en jeu n’en donc en rien secondaire par rapport au « kérygme » ou au cœur du message de l’Evangile. Nous sommes en train de parler du fait de savoir si oui ou non la rencontre d’une personne avec le Christ peut, avec la grâce de Dieu, donner forme au chemin de la vie chrétienne de façon à ce qu’il soit en harmonie avec le sage dessein du Créateur. Pour comprendre combien les changements proposés vont loin, il suffit de penser à ce qui se passerait si ce raisonnement devait s’appliquer à d’autres cas, comme celui d’un docteur en médecine pratiquant des avortement, où celui d’un politicien appartenant à un réseau de corruption ou à une personne en souffrance qui ferait une demande de suicide assisté…
Q. – Certains ont dit que les effets les plus pervers de tout cela représentaient une attaque contre les sacrements ainsi que contre l’enseignement moral de l’Eglise. En quoi est-ce le cas ?
R. – Au-delà du débat moral, le sens de la pratique sacramentelle connaît une érosion croissante dans l’Eglise, en particulier en ce qui concerne les sacrements de la Réconciliation et de l’Eucharistie. Le critère décisif pour l’admission aux sacrements a toujours été la cohérence entre le mode de vie d’une personne et les enseignements de Jésus. Si au lieu de cela, le critère décisif devenait à présent l’absence de culpabilité subjective chez cette personne – comme certains interprètes d’Amoris laetitia l’ont suggéré – cela en changerait-il pas la nature même des sacrements ? En fait, les sacrements ne constituent pas une rencontre privée avec Dieu, pas plus qu’ils ne sont des moyens d’intégration sociale dans une communauté. Ils sont au contraire les signes visibles et efficaces de notre incorporation au Christ et à Son Eglise par lesquels l’Eglise professe publiquement et met en œuvre sa foi. Faire d’une culpabilité subjective diminuée ou d’un manque de culpabilité le critère décisif pour admettre quelqu’un aux sacrement mettrait en danger la « regula fidei », la règle de la foi, que les sacrements proclament et mettent en œuvre non seulement en paroles mais aussi par des gestes visibles. Comment l’Eglise pourrait-elle demeurer le sacrement universel du salut si le sens même des sacrements se voyait vidé de son contenu ?
Q. – Malgré que vous et beaucoup d’autres, dont les plus de 250 professeurs et prêtres qui ont envoyé une correction filiale, ayez de sérieuses craintes concernant les effets de ces passages d’Amoris laetitia et étant donné que vous n’avez jusqu’à présent reçu aucune réponse du Saint-Père, êtes-vous ici en train de lui adresser une ultime supplique ?
R. – Oui, pour ces graves raisons, un an après avoir rendu les « dubia » publics, je me tourne une fois encore vers le Saint-Père et vers toute l’Eglise, en insistant sur le fait qu’il est urgent que le Pape, en exerçant le ministère qu’il a reçu du Seigneur, affermisse ses frères dans la foi par une expression claire de l’enseignement concernant à la fois la morale chrétienne ainsi que le sens de la pratique sacramentelle de l’Eglise.

***

P. – Vossa Eminência, em que ponto estamos desde que, faz esta semana um ano, os “dubia” foram tornados públicos por Vossa Eminência, pelo Cardeal Walter Brandmüller, e pelos dois Cardeais recentemente falecidos, Carlo Caffarra e Joachim Meisner?
R. – Um ano depois da publicação dos “dubia” a respeito de “Amoris Laetitia”, que não receberam qualquer resposta por parte do Santo Padre, observamos que é cada vez maior a confusão acerca da interpretação da Exortação Apostólica. Torna-se por isso mais urgente ainda a minha preocupação pela situação da Igreja e pela sua missão no mundo. Naturalmente, continuo em contacto regular com o Cardeal Walter Brandmüller acerca destes assuntos de extrema gravidade. Ambos permanecemos em profunda unidade com os saudosos Cardeais Joachim Meisner e Carlo Cafarra, que nos deixaram nos últimos meses. É assim que de novo reitero a gravidade desta situação que se tem vindo a agravar continuamente.
P. – Muito se tem dito acerca dos perigos inerentes à natureza ambígua do Capítulo 8 de “Amoris Laetitia”, sublinhando-se como dá azo a interpretações diversas. Porque é que a clareza é tão importante?
R. – A clareza no ensinamento não implica de todo qualquer rigidez que pudesse impedir as pessoas de caminhar; bem pelo contrário, já que é precisamente essa clareza que vem trazer a luz necessária para se poder acompanhar as famílias a seguirem o caminho próprio dos discípulos de Cristo. É ao invés a obscuridade, e ela somente, que, impedindo que se enxergue o caminho, vem prejudicar a acção evangelizadora da Igreja, como nos diz Jesus: “Vem a noite, quando ninguém pode trabalhar” (Jo 9, 4).
P. – Poderia explicar algo mais, à luz dos “dubia”, acerca do que se está a acontecer na presente situação?
R. – A presente situação, longe de diminuir a importância dos “dubia” ou perguntas, torna-os ainda mais prementes. Não se trata de todo, como houve quem dissesse, de uma “ignorantia affectata”, que levanta dúvidas por não se querer aceitar um determinado ensinamento. Do que se trata nos dubia é sim, em vez disso, de determinar com precisão o que o Papa quis ensinar como sucessor de Pedro. Assim, as perguntas nascem precisamente do próprio reconhecimento daquele ofício petrino que o Papa Francisco recebeu de Nosso Senhor para confirmar na fé os seus irmãos, que é a sua finalidade. O Magistério é um dom de Deus à Igreja, para que faça clareza sobre pontos relativos ao depósito da fé. Afirmações em que falte essa mesma clareza, pela sua própria natureza, não podem ser qualificadas como expressões do Magistério.
P. – Do ponto de vista de Vossa Eminência, porque é que se torna tão perigoso que haja interpretações divergentes de “Amoris Laetitia”, em especial no que toca ao tratamento pastoral a dispensar a quantos vivam numa união irregular, e mais particularmente, no que diz respeito aos divorciados civilmente “recasados” que não vivem em perfeita continência e à questão de estes poderem ou não receber a Sagrada Eucaristia?
R. – É hoje evidente que foram sendo propostas várias interpretações, divergentes e até mesmo incompatíveis entre si, para certas indicações contidas em “Amoris Laetitia” e relativas a aspectos essenciais da fé e da prática da vida cristã. Este facto incontestável confirma que tais indicações aí contidas são ambivalentes e permitem diversas leituras, muitas das quais em contraposição com a doutrina católica. Assim sendo, as questões que nós Cardeais levantámos dizem respeito a saber o que foi exactamente que o Santo Padre ensinou e de que modo o seu ensinamento se harmoniza com o depósito da fé, dado que o magistério “não está acima da palavra de Deus, mas sim ao seu serviço, ensinando apenas o que foi transmitido, enquanto, por mandato divino e com a assistência do Espírito Santo, a ouve piamente, a guarda religiosamente e a expõe fielmente, haurindo deste depósito único da fé tudo quanto propõe à fé como divinamente revelado” (Concílio Vaticano II, Constituição dogmática “Dei Verbum”, n. 10).
P. – Não será que o Papa já não deixou claro qual seja a sua posição por meio da carta que endereçou a alguns bispos argentinos, na qual afirmou que “não há outra interpretação” senão a das linhas directrizes promulgadas por esses bispos – linhas directrizes essas que deixaram aberta a possibilidade de conviventes sexualmente activos não casados receberem a comunhão?
R. – Ao contrário do que foi dito entretanto, não podemos considerar como resposta adequada às questões levantadas a carta escrita pelo Papa pouco antes de receber os “dubia”, dirigida aos bispos da região de Buenos Aires e versando sobre as linhas directrizes estabelecidas por estes prelados. Por um lado, tais linhas directrizes podem elas próprias ser interpretadas de maneiras diferentes; e, por outro, não fica claro que a carta em questão seja um texto magisterial, mediante o qual o Papa tenha querido falar à Igreja universal enquanto sucessor de Pedro. O facto de que essa carta se tenha tornado conhecida porque houve uma fuga de informação para a imprensa – só depois tendo sido tornada pública pela Santa Sé – levanta uma dúvida razoável sobre se o Santo Padre teria a intenção de a dirigir à Igreja universal. Além do mais, seria bastante estranho – e contrário ao desejo manifestado explicitamente pelo Papa Francisco de deixar aos bispos de cada país a aplicação concreta de “Amoris Laetitia” (cf. AL, n. 3) – que agora o Papa viesse impor a toda a Igreja universal aquelas que são apenas as directivas concretas de uma pequena região. A ser assim, não deveriam porventura passar a considerar-se inválidas as diversas disposições promulgadas por vários bispos para as suas dioceses, desde Filadélfia até Malta? Um ensinamento que não é suficientemente determinado, seja quanto à respectiva autoridade como quanto ao seu efectivo conteúdo, não pode pôr em dúvida a clareza do ensinamento constante da Igreja, que, aliás, qualquer que seja o caso, permanece sempre normativo.
P. – Também está preocupado pelo facto de que certas conferências episcopais, ao permitirem que alguns divorciados “recasados” e que vivam “more uxorio” (isto é, que continuem a manter relações sexuais) possam receber a Sagrada Eucaristia sem um firme propósito de emenda, elas estejam com isso a contradizer o precedente ensinamento papal, em particular o contido na exortação apostólica  “Familiaris consortio”, do Papa São João Paulo II?
R. – Sim, os “dubia”, as nossas questões continuam em aberto. Quantos afirmam que disciplina ensinada por “Familiaris consortio” n. 84 mudou, mostram-se em oposição entre si logo que se trata de explicar as razões e as consequências. Alguns há que chegam ao ponto de defender que os divorciados com uma nova união e que continuam a viver “more uxorio” não se encontrariam num estado objectivo de pecado mortal (citando em seu apoio AL n. 303); outros negam esta interpretação (citando em seu apoio AL n. 305), e no entanto, deixam depois completamente entregue ao juízo da consciência a determinação dos critérios de acesso aos sacramentos. Parece pois que o objectivo dos intérpretes seja aquele de se chegar a todo o custo a uma mudança da disciplina, sem importar os argumentos que para tal fim se aduzam, e sem ter em consideração o quanto põem em perigo pontos essenciais do depósito da fé.
P. – Que efeito tangível tem tido esta mistura de interpretações?
R. – Tamanha confusão hermenêutica já produziu, de facto, um triste resultado. Verificamos que a ambiguidade a respeito de um ponto concreto da pastoral familiar conduziu alguns a propor uma mudança de paradigma acerca de toda a prática moral da Igreja, cujos fundamentos foram ensinados com autoridade por São João Paulo II na encíclica “Veritatis splendor”.
A verdade é que se activou um processo de subversão de partes essenciais da Tradição. No que toca à moral cristã, alguns sustentam que é necessário relativizar as normas morais absolutas e que se deve dar à consciência subjectiva, a uma consciência auto-referencial, um primado – em última análise equívoco –  em matéria de moral. Por conseguinte, o que aqui está em jogo não é um elemento tão-só secundário do “kerygma”, da mensagem fundamental do Evangelho. Do que estamos a falar é de saber se sim ou não, o encontro de uma pessoa com Cristo pode, por meio da graça de Deus, configurar o caminho da vida cristã, de modo a que este possa estar de acordo com o plano sapiente do Criador. Para melhor se compreender o alcance das mudanças que assim se propõem, basta pensar no que aconteceria se esse raciocínio viesse a ser aplicado a outros casos, como o do médico que pratica abortos, o do político que está ligado a uma rede de corrupção ou o de alguém que, estando em sofrimento, decida recorrer a uma modalidade de suicídio assistido…
P. – Alguns disseram que o efeito mais pernicioso é que tudo isto representa não só um ataque ao ensinamento moral da Igreja, mas também aos Sacramentos. De que modo?
R. – Para além do debate em torno da moral, está a provocar-se na Igreja uma erosão cada vez mais evidente do significado da sua prática sacramental, especialmente no que toca à Penitência e à Eucaristia. O critério decisivo para a admissão aos sacramentos sempre foi o da coerência do modo como uma pessoa vive com os ensinamentos de Jesus. Se agora, em vez disso, o critério decisivo passasse a ser a ausência de culpabilidade subjectiva das pessoas – como o fazem alguns dos intérpretes de “Amoris Laetitia” – não se estaria com isso a mudar também a própria natureza dos sacramentos? De facto, estes não são encontros privados com Deus nem meios sociológicos de integração comunitária. São sim sinais visíveis e eficazes da nossa incorporação em Cristo e na Sua Igreja, pelos quais e nos quais a Igreja professa publicamente a sua fé e a realiza. Assim, em se assumindo a culpabilidade subjectiva diminuída de uma pessoa ou a ausência de tal culpabilidade como critério decisivo para a admissão aos sacramentos, estar-se-ia a pôr em perigo a própria “regula fidei”, a regra da fé, que os sacramentos proclamam e realizam, não somente por meio de palavras mas também com gestos visíveis. Mais: como poderia a Igreja continuar a ser sacramento universal de salvação, se se esvaziasse de conteúdo o significado próprio dos sacramentos?
P. – Apesar de Vossa Eminência e muitos outros, incluindo mais de 250 académicos e sacerdotes que emitiram uma “correcção filial”, terem claramente sérias apreensões e reservas acerca dos efeitos destas passagens de Amoris Laetitia, e porque, até ao presente, não obteve ainda qualquer resposta por parte do Santo Padre, pode-se dizer que está aqui a dirigir-lhe um último apelo?
R. – Sim, por estas graves razões, um ano depois de se ter tornado públicos os “dubia”, de novo me dirijo ao Santo Padre e a toda a Igreja, sublinhando vigorosamente o quanto é urgente que o Papa, exercendo o ministério que recebeu do Senhor, confirme os seus irmãos na fé, com uma manifestação clara da doutrina atinente tanto à moral cristã como ao significado da prática sacramental da Igreja.

FONTE: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/


lunedì 13 novembre 2017

Il Cardinal Burke, presidente d’onore della fondazione “Giuseppe Sciacca”, ha premiato il vincitore 2017 dell'omonimo premio


Da ragazzino ha ideato una mano artificiale che si muoveva con il pensiero e ora, ad appena 20 anni, guida una società che ha l’obiettivo di creare protesi all’avanguardia ad un costo accessibile a tutti. Si chiama Easton James LaChappelle ed è il Vincitore Assoluto della edizione 2017 del Premio Internazionale Giuseppe Sciacca. Una storia incredibile, che coniuga genialità e filantropia: LaChappelle ha reso infatti le sue scoperte gratuitamente disponibili per altri studiosi.
Da auto-didatta, quando aveva appena 14 anni, Easton LaChappelle ha studiato le basi della programmazione e della stampa 3D. L’incontro con una bambina di 7 anni con un braccio artificiale ipertecnologico ma molto costoso, lo convince della necessità di realizzare protesi a basso costo e accessibili a tutti. Così, con le sue conoscenze e i miseri mezzi a disposizione realizza il prototipo del suo braccio robotico che si muove col pensiero, con un costo di poche centinaia di dollari.
Tutti i suoi lavori sono realizzati con software open source e resi a loro volta disponibili su piattaforme a libero accesso creative commons. I pezzi di ricambio sono stampabili con le comuni stampanti 3D in commercio. Tutte le informazioni per realizzare il braccio bionico sono disponibili sul sito ufficiale della società che LaChappelle ha creato dopo le scuole superiori, la Unlimited Tomorrow.
I movimenti della mano vengono governati con una speciale cuffia che interpreta i segnali nervosi del cervello e li invia con segnale bluetooth alle dita artificiali, che, a loro volta, riescono a restituire al cervello la sensazione tattile, attraverso particolari vibrazioni. Nonostante queste speciali caratteristiche, che si sono evolute nel tempo, il costo del prodotto è rimasto inferiore agli altri prodotti in commercio, che costano fino a cento volte in più.
Easton gira il mondo per parlare del suo progetto e dell’importanza della condivisione. Ha collaborato con la Nasa per aiutare l’agenzia spaziale a studiare modalità per governare braccia meccaniche nello spazio. Definito il nuovo Steve Jobs, nel 2013 è stato ricevuto dal presidente Usa Barack Obama, che ha stretto la sua mano artificiale.
Sabato 11 novembre LaChappelle sarà in Italia, in Vaticano, dove – al termine della solenne cerimonia – sarà premiato dal Cardinale Raymond Leo Burke, presidente d’onore della fondazione “Giuseppe Sciacca”: riceverà una scultura celebrativa, il diploma e la medaglia del Premio Sciacca alla presenza di autorità religiose, civili, militari, esponenti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e il Quirinale.

Fonte: http://premiosciacca.it/2017/11/04/vincitore-assoluto-la-chappelle-genio-e-filantropo/

giovedì 9 novembre 2017

Il Cardinale Raymond Leo Burke: "Il Portogallo ha una missione importante per tutto il mondo"

Trascrizione completa di un'intervista del cardinale Raymond Burke rilasciata la presentazione dell'edizione portoghese del libro "Divine Love Made Flesh"
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This is a full transcript, in the original English, of Cardinal Raymond Burke's interview to my colleague Aura Miguel. The interview took place during the presentation of the Portuguese edition of his book "Divine Love Made Flesh".

Why did you write this book?
In the USA, where I was a bishop, there was a great crisis in Eucharistic faith and also a great crisis in the participation of Catholics in the Holy Mas. Pope St. John Paul II, at the end of his pontificate, directed himself in a very strong way to the whole difficulty of the loss of Eucharistic faith and abuse of the Sacred Liturgy, and then he convoked a Synod in 2005, on the Eucharist, to address this, but he himself was not able to preside at the synod, because he died in April of 2005. But then Pope Benedict XVI succeeded him, and he wrote Sacramentum Caritatis

So I decided for the faithful in my care – I was bishop first in Lacrosse, Wisconsin, then in St. Louis, Missouri – that I would write a careful commentary on the encyclical of John Paul II Ecclesia de Eucharistia, and on the post-synodal apostolic exhortation Sacramentum Caritatis. And so I wrote those commentaries over a two year period, in the diocesan newspaper and then people encouraged me to put them together into a book. 

So I did that also with the encouragement of Catholic Action for Faith and Family, an apostolate in the USA, they actually published the book, it is run by Thomas McKenna, who is with me as I am presenting the book. 

People have told me they find the book very helpful to understand more deeply the objective reality of the Holy Eucharist, and that it helps them to love more the Holy Eucharist and Our Lord as he gives himself to us in the Holy Eucharist. 

How do you explain the crisis in mass attendance and confession?
The crisis came about, I believe, through a crisis of the Sacred Liturgy. After Vatican II, and contrary to the teaching of the Vatican II, there was a liturgical renewal which damaged greatly the expression of the transcendent nature of the Sacred Liturgy, in other words, that Christ himself acts in the sacraments to sanctify us.

And there developed the idea that the Holy Mass and the other liturgical rites were human activities, and people began to experiment and to do things which eventually distanced the contemporary rites from those rites which had been in the church for centuries, basically the rite of the mass from the time of Pope St. Gregory the Great, and in a very particular way since the Council of Trent. 

That, I believe is at the heart of the loss of Eucharistic faith and practice. What can we do? What we need to do, and that is the purpose of the book, to start to study again the great gift of the Holy Eucharist as it has been handed down to us in the Church through the centuries. The doctrine, but also the beauty of the Sacred liturgy. There, regarding the beauty of the sacred liturgy, Benedict XVI had a very strong idea of the need to celebrate freely both the Extraordinary Form of the Roman Rite, and the Ordinary Form, so that people would see the continuity of the two forms, and there would be this mutual enrichment, as he called it, and that the ordinary form of the Roman Rite would be celebrated with a deeper, stronger sense of the divine reality present, which he often referred to the Holy Mass as the meeting of Heaven and Earth.

What do you say to those who consider the recovery of the Traditional mass a little bit strange?
The reason why people would consider it strange is because they don't know it. When we don't know and understand something it can seem strange to us, and so we need to help all Catholics to understand the nature of the Sacred Liturgy itself as the action of Christ in our midst, through the ministry of the Priest, who is consecrated to act in the person of Christ in the celebration of the mass, in the ministration of the other sacraments, and then to help them to see the great beauty of the way the mass has been celebrated along the centuries.

It seems very striking to me that so many young people, especially young families with many children, but also young university students, are attracted to the Extraordinary Form of the mass, and I believe the reason for that is that they see there is something very deep, very profound, and they want to know it better and understand it better and enter into the action of the mass. 

Do you think there is a risk of routine, of people just going to mass without thinking about the essence?
What happened, I think, is that in the reform of the rite which took place after Vatican II – contrary really to the teaching of the council – the rite was radically diminished, stripped of many of its elements, rendered very simple, and there is the danger, with that, that it becomes ordinary and every day, especially if it is celebrated by the priest in a way that doesn't reflect faith in the action of Christ, if the mass becomes very familiar, then people cease to understand why they should go there and do that. It becomes every day, it seems childish, it seems unimportant, so they go away from the mass. 

What about access to the Eucharist. There are lots of divisions about who should access the Eucharist, some consider it a right... How do you see this?
None of us has the right to receive any sacrament. God's love for us, as it is expressed most perfectly in the sacramental life and especially in the Holy Eucharist is His free gift to us. And for our part, when we recognize by Faith the gift, then we dispose ourselves in a proper way to receive it.

I am not always free to present myself to receive the Holy Eucharist, for instance, if I am not prepared in the sense of reflecting on the reality of the Holy Eucharist, or also if I am in a state of mortal sin, or if I am living in some public scandal, then I am not disposed to receive the Holy Eucharist and I must refrain from doing so until once again my soul is in a state to receive the body and the blood of Christ. 

Saint Paul confronted this situation in the early days of the Church, in Corinth. We hear the account of it in Chapter 11 of his first letter to the Corinthians. The people were eating, drinking and even becoming inebriated in the kind of meal they would have at the same time as the Holy Eucharist and he rebuked them strongly, and told them that nobody should approach to receive the Holy Eucharist without reflecting upon the truth, the reality of the Holy Eucharist, lest they eat and drink condemnation of themselves, not recognizing the Body and Blood of Christ. 

The shepherds of Fátima had a deep love of the Eucharist, even though they were very small. 
It is clear from the preparatory visions that the Angel of Portugal to the Shepherd children… Central to those apparitions was the apparition when the angel with the chalice and the host suspended in the air, communicated the blessed sacrament to the little children.

And then the apparitions themselves, our Blessed Mother also emphasizes with the children the mercy which then calls forth from us prayer and penance in order to be disposed to receive Our Lord in the Holy Eucharist and in reparation for the many ways in which Our Lord is offended, especially in the Blessed Sacrament.

Today I visited the Carmel in Coimbra, and in the chapel there are two beautiful statues, one of the Sacred Heart of Jesus, and the other of the Immaculate Heart of Mary. Both are stunning and both, I found out when speaking to the mother of the Carmel, were designed according to instructions from Sister Lucia. But in the statue of the Sacred Heart of Jesus, the Sacred Heart is holding a chalice in which the blood from His Sacred Heart is flowing into the chalice and He has the host in his hand.

And so we see that the love of God for us is most perfectly represented in the pierced heart of Jesus. When He died for us upon the Cross, he permitted that the Roman soldier to pierce his heart as a sign of his never failing, immense love, that would continue to flow from his heart. That love of God for us is most perfectly given to us in the Holy Eucharist, and so the whole message is centered around the Eucharist and the praying of the Holy Rosary – Our blessed mother was constantly telling the children to pray the Holy Rosary – is a fundamentally a meditation on the mystery of faith which we celebrate in the Holy Eucharist.

Is this why Our Lady said that in Portugal the dogma of the faith would remain?
Yes, I believe that very strongly, and I have a very strong sense that Portugal has an important mission to the whole world, and its preservation of the dogma of the faith, and its presentation of the apparitions and message of Fátima to the whole world.

The shrine at Fátima is so important... I was just there for two days, and there are pilgrims from the whole world. The Mother Superior of the Carmel told me that Lucia received thousands and thousands of letters from all over the world, and that she had a map of the World and she would say: “see, Our Lady's message is reaching all these places”.