«Nel mondo di oggi c'è grande sete di Cristo e della libertà che Egli solo ci offre. Nelle case cattoliche e nella parrocchia i nostri fratelli devono trovare le fonti di acqua viva, le fonti di grazia divina, le fonti del Magistero della Chiesa e dei Sacramenti, specialmente, la Penitenza e la Sacra Eucaristia, che possono estinguere la sete spirituale di un mondo tristemente secolarizzato» (Cardinal Leo Raymond Burke, 26 Dicembre 2010)

lunedì 24 luglio 2017

Le sante messe che celebrerà il Cardinal Burke fino al 9 agosto

Nella foto le date durante le quali il Cardinal Raymond Leo Burke celebrerà la Santa Messa presso il Santuario di Nostro Signora di Guadalupe a La Crosse (Wisconsin, Stati Uniti).




martedì 18 luglio 2017

Il papa e i conservatori americani


The other day I ran into a high-ranking churchman in New York City and we chatted about the state of the Church. Though appointed by Pope Francis, he shared some of my distaste for this pontificate. He found the pope’s “vindictive” side disappointing and dislikes the pope’s lack of spiritual seriousness. The latter is evident in his absurdly casual “living arrangement” at the Vatican hotel, the prelate said with a grimace. “A pope needs contemplative silence,” he said. He described a pope who spends his days not deep in prayer but hanging out at the Vatican cafeteria, engaging in silly political chitchat with anyone who happens upon him.
A pope sauntering over to the salad bar while shooting the breeze about Donald Trump is an image that perfectly fits his temporally-minded pontificate, so preoccupied as it is with the politics of the moment. Into this pathetic milieu has returned, appropriately enough, Eugenio Scalfari, the doddering Italian socialist and atheistic journalist whom Francis insists on treating as his Boswell.
Scalfari doesn’t use a tape recorder, preferring instead to reconstruct his interviews from “memory,” a comically slipshod method that doesn’t bother Pope Francis in the slightest, since they think similarly on most matters anyway. Pope Francis thought so highly of Scalfari’s previous reconstructions of their exchanges he had them included in a book issued by the Vatican publishing house — a work some future pope will probably put on the Index of Forbidden Books.
In a 2013 interview with Scalfari, an apostate from Catholicism, Pope Francis said that he had no interest in bringing him back to the faith and that he should just follow his own conscience. Don’t trouble yourself with the “solemn nonsense” of Catholic evangelization, he told him. Scalfari was so impressed by this counsel that he gushed after the interview, “The most surprising thing he told me was: ‘God is not Catholic.’”
During the interview, a starry-eyed Scalfari praised the pope for his relaxed approach to relativism and atheism: “Your Holiness, you wrote that in your letter to me. The conscience is autonomous, you said, and everyone must obey his conscience. I think that is one of the most courageous steps taken by a Pope.”
Flattered by this review of his courage, Pope Francis told Scalfari exactly what he wanted to hear: “And I repeat it here. Everyone has his own idea of good and evil and must choose to follow the good and fight evil as he conceives them. That would be enough to make the world a better place.”
In his latest interview with Scalfari (the pope summoned him to the Vatican last week), Pope Francis offers another stunningly silly suggestion on how to make the world a better place: create a United States of Europe to stop powers, such as the United States, that suffer from a “distorted” view of the world. The pope told Scalfari that he wants Europe to develop a “federal” structure.
What set the pope’s panicky remarks off was the Trump-dominated G20 meetings. With his usual dose of oblivious demagoguery, the pope said to Scalfari that the “G20 worries me,” as it “hits migrants” in “half of the world” and is motivated by alarmism about an “invasion of migrants.”
The pope’s swipe at America pleased the media. They regard his anti-Americanism as one of his more winning qualities. He picked that bug up from the communist and leftists in Argentina, for whom hating Yankees is a national pastime.
Even his sympathetic chroniclers in the Catholic press, such as John Allen, have noted his disdain for Americans. Save for a few fellow political and doctrinal liberals (such as D.C.’s Wuerl, Boston’s O’Malley, Chicago’s Cupich, and Newark’s Tobin), Pope Francis has given few Americans clout at the Vatican. He took special delight in humiliating the American Cardinal Raymond Burke, whose traditionalism represented everything Francis dislikes about American Catholics. “The pope hates American conservatives,” a priest said to me.” The stripping of Burke’s power, he said, shattered morale within priestly American circles: “From then on we knew that we would have targets on our backs.”
Bishop Bernard Fellay, head of the Society of Pius X, has made the remark that Vatican officials have told him that most of the pope’s anti-conservative gibes are directed at Americans.
The pope’s weakness for Latin American liberation theology — he has been rehabilitating many of its most checkered proponents, such as Leonardo Boff (who shared his plans for socialist world government with the pope at his urging before he wrote his environmentalist encyclical) — also drives his anti-Americanism. Liberation theology was concocted, at least in part, by communists who wanted to turn the religious peasants of Latin America against the United States during the Cold War. The pope’s obtuse apologists say that he rejected this movement. But he didn’t. He came out of it.
George Neumayr
Fonte: https://spectator.org/the-roots-of-the-popes-anti-americanism/

lunedì 17 luglio 2017

In morte del (on the death of - ante la muerte del - pour les funérailles du - Gedenkwort für) Cardinal Meisner


Ecco il testo integrale del messaggio inviato il 15 luglio dal "papa emerito" Benedetto XVI all'arcidiocesi di Colonia, in Germania, in occasione dei funerali del cardinale Joachim Meisner, uno dei firmatari dei DUBIA, sottoposti lo scorso anno a papa Francesco e tuttora rimasti senza risposta.
*
In questa ora, in cui la Chiesa di Colonia e i suoi fedeli danno l’addio al Cardinale Joachim Meisner, sono con loro con il mio cuore e i miei pensieri e volentieri acconsento alla volontà del cardinale Woelki e indirizzo a loro una parola di riflessione.
Quando ho appreso mercoledì scorso per telefono della morte del cardinale Meisner, in un primo momento non ci ho creduto. Il giorno prima avevamo parlato al telefono. La sua voce era piena di gratitudine perché era giunto per lui il momento delle vacanze, dopo che era stato presente, la domenica precedente, a Vilnius, alla beatificazione del vescovo Teofilius Maturlionis. Il suo grande amore per le vicine Chiese dell’Est che avevano tanto sofferto la persecuzione sotto il comunismo, così come la sua gratitudine per la loro resistenza alla sofferenza in quel tempo avevano impresso in lui una durevole impronta. Quindi non è stato certamente un caso che l'ultima visita della sua vita sia stata fatta a un confessore della fede.
Quello che mi ha più colpito nell'ultima conversazione con il cardinale, ora tornato a casa, è stata la sua naturale serenità, la sua pace interiore e la fiducia che aveva trovato. Sappiamo che è stato duro per lui, appassionato pastore e guida di anime, lasciare il suo ufficio, e proprio in un momento in cui la Chiesa aveva un urgente bisogno di pastori capaci di opporsi alla dittatura dello spirito del tempo e pienamente risoluti ad agire e pensare da un punto di vista di fede. Ma mi ha ancor più impressionato che nell'ultimo periodo della sua vita egli abbia imparato a lasciar procedere le cose, e a vivere sempre più con la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca è quasi sul punto di naufragare.
Ci sono state due cose in quest'ultimo periodo che lo hanno reso sempre più felice e sicuro.
– La prima è quella che mi ha detto più volte: che ciò che lo riempiva di gioia profonda era la percezione, nel sacramento della penitenza, di quanto i giovani, soprattutto i giovani maschi, sperimentino la misericordia del perdono, il dono di aver veramente trovato la vita che solo Dio può dare loro.
– L’altra cosa che lo ha tante volte commosso e reso felice è stata la percepibile crescita dell’adorazione eucaristica. È stato questo per lui il tema centrale della Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia: che vi è stata un'adorazione, un silenzio, in cui solo il Signore parlava ai cuori. Alcuni esperti di pastorale e di liturgia erano dell'opinione che un simile silenzio nella contemplazione del Signore con un così gran numero di persone non poteva reggere. Alcuni di essi erano anche del parere che l’adorazione eucaristica fosse superata in quanto tale, poiché il Signore ha voluto essere ricevuto e non guardato nel Pane eucaristico. Ma il fatto che non si può mangiare questo Pane come qualsiasi altro nutrimento e che "ricevere" il Signore nel sacramento eucaristico include tutte le dimensioni della nostra esistenza fa sì che questo ricevere deve essere adorazione, e ciò è qualcosa che diventa di giorno in giorno sempre più chiaro. Così il tempo dell’adorazione eucaristica nella Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia è diventato un evento interiore che è rimasto indimenticabile, e non solo per il cardinale. Da allora, quel momento è stato sempre per lui costantemente presente nell'intimo ed è stata per lui una grande luce.
Quando l’ultima mattina il cardinale Meisner non si è presentato per la messa, è stato trovato morto nella sua stanza. Il breviario era sfuggito dalle sue mani: era morto mentre pregava, con lo sguardo al Signore, in conversazione con il Signore. Il tipo di morte che gli è stato dato ha dimostrato ancora una volta come egli ha vissuto: con il suo volto rivolto al Signore e in conversazione con Lui. Così possiamo fiduciosamente affidare la sua anima alla bontà di Dio.
Signore, grazie per la testimonianza del tuo servo Joachim! Fa che egli ora interceda per la chiesa di Colonia e per tutto il mondo.
Requiescat in pace!
Benedetto XVI, Papa emeritus
***
In this hour, when the Church of Cologne and believers further afield take their leave of Cardinal Joachim Meissner, I am with them in my heart and thoughts and am pleased to accede to Cardinal Woelki’s wish and address a word of reflection to them.
When I heard last Wednesday by telephone of the death of Cardinal Meissner, I could not believe it at first. We had spoken to each other the previous day. From the way he spoke he was grateful to be on holiday now, after he had taken part the Sunday before (25th June) in the beatification of Bishop Teofilius Maturlionis in Vilnius. His love for the neighbouring Churches in the East, which had suffered persecution under Communism, as well as gratitude for endurance in suffering during that time left a lifelong mark on him. So it was certainly no accident that the last visit of his life was made to a confessor of the faith.
What struck me particularly in the last conversations with the Cardinal, now gone home, was the natural cheerfulness, the inner peace and the assurance he had found. We know that it was hard for him, the passionate shepherd and pastor of souls, to leave his office, and this precisely at a time when the Church had a pressing need for shepherds who would oppose the dictatorship of the zeitgeist, fully resolved to act and think from a faith standpoint. Yet I have been all the more impressed that in this last period of his life he learned to let go, and live increasingly from the conviction that the Lord does not leave his Church, even if at times the ship is almost filled to the point of shipwreck.
There were two things which in this final period allowed him to be increasingly happy and assured:
– The first was that he often related to me that what filled him with deep joy was to experience, in the Sacrament of Penance, how young people, above all young men, came to experience the mercy of forgiveness, the gift, in effect to have found life, which only God can give them.
– The second, which again and again touched and made him happy, was the perceptible increase in Eucharistic adoration. This was the central theme for him at World Youth Day in Cologne – that there was adoration, a silence, in which the Lord alone speaks to hearts. Some pastoral and liturgical authorities were of the opinion that such a silence in contemplation of the Lord with such a huge number of people could achieve nothing. A few were also of the opinion that Eucharistic adoration as such has been overtaken, because the Lord wanted to be received in the Eucharistic bread and not be looked at. Yet the fact that a person cannot eat this bread as just some sort of nourishment, and that to “receive” the Lord in the Eucharistic Sacrament includes all the dimensions of our existence – that receiving has to be worship, something which has in the meantime become increasingly clearer. So the period of Eucharistic adoration at the Cologne World Youth Day became an interior event that has remained unforgettable, and not only to the Cardinal. This moment for him was subsequently always present internally and a great light for him.
When on the last morning Cardinal Meissner did not appear for Mass, he was found dead in his room. The breviary had slipped from his hands: he died while praying, his face on the Lord, in conversation with the Lord. The art of dying, which was given to him, again demonstrated how he had lived: with his face towards the Lord and in conversation with him. So we may confidently entrust his soul to the goodness of God.
Lord, we thank you for the witness of this your servant, Joachim. Let him now intercede for the Church of Cologne and for the whole world.
Requiescat in pace!
Benedict XVI, Pope emeritus
***
En estas horas en las que la Iglesia de Colonia y los creyentes de todas partes se despiden del cardenal Joachim Meisner, también yo estoy con ellos en mi corazón y en mi mente y por eso cumplo con agrado el deseo del cardenal Woelki de dirigirles a ustedes unas palabras de reflexión.
Cuando el miércoles pasado me llegó por teléfono la noticia del fallecimiento del cardenal Meisner, mi primera reacción fue de incredulidad, ya que el día anterior habíamos hablado por teléfono. A través de su voz resonaba el agradecimiento por el hecho que ahora estaba de vacaciones, luego de haber participado el domingo anterior en la beatificación del obispo Teofilius Martulionis, en Vilna. El amor a las Iglesias en los países vecinos del Este que habían sufrido bajo la persecución comunista, así como el agradecimiento por el haberse mantenido firmes durante los padecimientos de esa época lo marcaron a lo largo de su vida. Por eso no es casual que la última visita en su vida fue para rendir homenaje a uno de los confesores de la fe en esos países.
Lo que me impresionó especialmente en la última conversación con el fallecido cardenal fue la serenidad sosegada, la alegría interior y la confianza que él había encontrado. Sabemos que para él, pastor y cura apasionado, fue difícil dejar su oficio, justamente en una época en la Iglesia necesita en forma especialmente apremiante pastores convincentes que resistan la dictadura del espíritu de la época y vivan y piensen decididamente la fe. Pero mucho más me conmovió percibir que en este último período de su vida él había aprendido a soltarse y vivía cada vez más de la profunda certeza que el Señor no abandona a su Iglesia, aunque a veces la barca está a punto de zozobrar.
En el último tiempo hubo dos cosas que lo dejaban cada vez más contento y convencido:
– Por un lado, me contaba una y otra vez cómo lo llenaba de una alegría profunda experimentar en el sacramento de la penitencia la forma en que justamente hombres jóvenes –ante todo también varones jóvenes- viven la gracia del perdón –el regalo de haber encontrado realmente la vida que sólo Dios puede darles.
– Por otro lado, lo que lo conmovía y alegraba era el silencioso crecimiento de la adoración eucarística. En la Jornada Mundial de la Juventud en Colonia éste fue para él un punto central: que haya adoración, un silencio en el que sólo el Señor habla a los corazones. Algunos expertos en pastoral y en liturgia opinaban que no se puede alcanzar un silencio tal si se contempla al Señor en medio de una cantidad tan enorme de personas. Algunos opinaban también que la adoración eucarística como tal está superada desde el momento en que el Señor quiere ser recibido en el pan eucarístico y no quiere ser mirado. Pero no se puede comer este pan como cualquier alimento y “recibir” al Señor en el sacramento eucarístico reclama todas las dimensiones de nuestra existencia… que el recibir debe ser adoración se ha vuelto mientras tanto muy claro. Así el momento de la adoración eucarística en la Jornada Mundial de la Juventud en Colonia se convirtió en un acontecimiento interior que no sólo fue inolvidable para el cardenal: para él este momento se mantuvo siempre presente y se convirtió para él en una gran luz.
Cuando en su última mañana el cardenal Meisner no apareció en la Misa fue encontrado muerto en su habitación. El Breviario se había escurrido de sus manos: él falleció rezando, a los ojos del Señor, en diálogo con el Señor. El modo de morir que le fue concedido señala una vez más cómo él vivió: a los ojos del Señor y en diálogo con él. Por eso podemos encomendar confiados su alma a la bondad de Dios.
Señor, te damos gracias por el testimonio de tu siervo Joachim. Permítele ser ahora intercesor para tu Iglesia de Colonia y para todo el mundo.
Requiescat in pace!
Benedicto XVI, Papa emeritus
***
En cette heure où l’Eglise de Cologne et les fidèles venus d’au-delà des frontières sont venus dire adieu au cardinal Joachim Meisner, mon cœur et mes pensées sont avec eux et c’est bien volontiers que je réponds au souhait du cardinal Woelki et que je leur adresse une parole de réflexion.
Quand j’ai appris mercredi dernier par téléphone la mort du cardinal Meisner, je n’y ai tout d’abord pas cru.  Nous nous étions encore parlé la veille au téléphone.  On entendait dans sa voix qu’il était content d’être enfin en vacances après avoir assisté, le dimanche précédent à Vilnius à la béatification de l’évêque Teofilius Maturlionis.  Son grand amour pour les Eglises de nos voisins de l’Est qui ont tant souffert de la persécution sous le communisme ainsi que sa gratitude pour leur résistance à la souffrance à cette époque avaient laissé en lui une empreinte durable.  Ce n’est donc pas un hasard que la dernière visite de sa vie ait été consacrée à un Confesseur de la foi.
Ce qui m’a le plus frappé dans la dernière conversation que j’ai eue avec le cardinal qui est aujourd’hui rentré à la maison du Père, c’était sa sérénité naturelle, sa paix intérieure et la confiance qu’il avait trouvée.  Nous savons que ça a été difficile pour un pasteur et un meneur d’âmes tel que lui d’abandonner son bureau précisément au moment où l’Eglise a un besoin urgent de pasteurs capables de s’opposer à la dictature de l’esprit du temps et pleinement déterminés à vivre et à penser selon la foi.  Mais ce qui m’a le plus impressionné c’est que dans la dernière période de sa vie, il avait appris à laisser faire les choses et à vivre toujours plus avec la certitude profonde que le Seigneur n’abandonne pas son Eglise, même si parfois la barque est presque sur le point de chavirer. »
Dernièrement, deux événements l’avaient rendu encore plus heureux et confiant.
– La première c’est ce qu’il m’avait répété plusieurs fois: ce qui le remplissait d’une joie profonde c’était de voir, à travers le sacrement de la Réconciliation, combien les jeunes, surtout de jeunes hommes, faisaient l’expérience de la miséricorde du pardon, du don d’avoir véritablement trouvé la vie que seul Dieu peut leur donner.
– L’autre chose qui l’a tant de de fois bouleversé et rendu heureux c’était de constater le regain de l’adoration eucharistique.  Pour lui, c’était un point central des Journées Mondiales de la Jeunesse de Cologne: qu’il y ait une adoration, un silence, dans lequel seul le Seigneur parle aux hommes et aux cœurs.  Certains experts en pastorale et en liturgie étaient d’avis qu’une adoration silencieuse était infaisable avec autant de personnes, certains pensaient même que l’Adoration Eucharistique était dépassée, que le Seigneur souhaite être reçu dans le pain eucharistique et non pas contemplé. Cependant, le fait qu’on ne puisse pas manger ce Pain comme s’il s’agissait d’un aliment ordinaire et que recevoir le Seigneur dans le sacrement de l’Eucharistie engage toutes les dimensions de notre existence, cela implique que le recevoir doive être un acte d’adoration et c’est quelque chose jour qui est de plus en plus clair chaque jour. Ce moment d’adoration à l’occasion des JMJ de Cologne est donc resté un événement intérieur inoubliable et pas seulement pour le Cardinal.  Depuis lors, ce moment est à jamais resté gravé au plus profonde de lui-même comme une lumière éclatante.
Au dernier matin de sa vie, quand le cardinal Meisner n’est pas venu à la messe, on l’a trouvé mort dans sa chambre. Son bréviaire lui avait glissé des mains: il est mort en priant, le regard tourné vers le Seigneur et en parlant au Seigneur. La nature de la mort qui lui a été donné d’avoir montre encore une fois comment il a vécu: le regard tourné vers le Seigneur et en parlant avec lui. C’est pourquoi nous pouvons avec confiance recommander son âme à la bonté de Dieu.
Seigneur, nous te remercions pour le témoignage de Joachim ton serviteur. Puisse-t-il être un intercesseur pour l’Eglise de Cologne et pour celle du monde entier.
Requiescat in pace!
Benoît XVI, Pape émérite
***
In dieser Stunde, in der die Kirche von Köln und gläubige Menschen weit darüber hinaus Abschied nehmen von Kardinal Joachim Meisner, bin auch ich in meinem Herzen und meinen Gedanken bei Ihnen und folge deshalb gern dem Wunsch von Kardinal Woelki, ein Wort des Gedenkens an Sie zu richten. Als ich vergangenen Mittwoch durch ein Telefonat den Tod von Kardinal Meisner erfuhr, wollte ich es zunächst nicht glauben. Am Tag zuvor hatten wir noch über das Telefon miteinander gesprochen. Aus seiner Stimme klang die Dankbarkeit dafür, dass er nun im Urlaub angelangt war, nachdem er am Sonntag zuvor noch an der Seligsprechung von Bischof Teofilius Matulionis in Vilnius teilgenommen hatte. Die Liebe zu der Kirche in Nachbarländern im Osten, die unter der kommunistischen Verfolgung gelitten hatten, wie die Dankbarkeit für das Standhalten in den Leiden jener Zeit hat ihn zeitlebens geprägt. Und so ist es wohl doch kein Zufall, dass der letzte Besuch in seinem Leben einem der Bekenner des Glaubens in jenen Ländern gegolten hat. Was mich in den letzten Gesprächen mit dem heimgegangenen Kardinal besonders beeindruckt hat, das war die gelöste Heiterkeit, die innere Freude und die Zuversicht, zu der er gefunden hatte. Wir wissen, dass es ihm, dem leidenschaftlichen Hirten und Seelsorger, schwerfiel, sein Amt zu lassen, und dies gerade in einer Zeit, in der die Kirche besonders dringend überzeugender Hirten bedarf, die der Diktatur des Zeitgeistes widerstehen und ganz entschieden aus dem Glauben leben und denken. 
Aber umso mehr hat es mich bewegt, dass er in dieser letzten Periode seines Lebens loszulassen gelernt hat und immer mehr aus der tiefen Gewissheit lebte, dass der Herr seine Kirche nicht verlässt, auch wenn manchmal das Boot schon fast zum Kentern angefüllt ist. 
Zwei Dinge haben ihn in der letzten Zeit immer mehr froh und gewiss werden lassen: 
Zum einen hat er mir immer wieder berichtet, wie es ihn mit tiefer Freude erfüllt, im Bußsakrament zu erleben, wie gerade junge Menschen, vor allem auch junge Männer, die Gnade der Vergebung erleben, das Geschenk, wirklich das Leben gefunden zu haben, das ihnen nur Gott geben kann. 
Das andere, das ihn immer wieder neu berührt und freudig gestimmt hat, war das leise Wachsen der eucharistischen Anbetung. Beim Weltjugendtag in Köln war ihm dies ein zentraler Punkt: Dass es die Anbetung gebe, eine Stille, in der nur der Herr zu den Menschen und zu den Herzen spricht. Manche Experten der Pastoral und der Liturgie waren der Meinung, dass sich eine solche Stille im Hinschauen auf den Herrn bei einer so riesigen Anzahl von Menschen nicht erreichen lasse. Einige waren wohl auch der Meinung, eucharistische Anbetung sei als solche überholt, da ja der Herr im eucharistischen Brot empfangen und nicht angeschaut werden wolle. Aber dass man dieses Brot nicht essen kann wie irgendwelche Nahrungsmittel und dass den Herrn im eucharistischen Sakrament zu empfangen alle Dimensionen unserer Existenz einfordert, dass Empfangen Anbeten sein muss, ist inzwischen doch wieder sehr deutlich geworden. So ist die Weile der eucharistischen Anbetung beim Kölner Weltjugendtag zu einem inneren Ereignis geworden, das nicht nur dem Kardinal unvergesslich blieb. Dieser Augenblick war ihm seither immer inwendig gegenwärtig und ein großes Licht für ihn selbst. 
Als an seinem letzten Morgen Kardinal Meisner nicht zur Messe erschien, wurde er in seinem Zimmer tot aufgefunden. Das Brevier war seinen Händen entglitten. Er war betend gestorben, im Blick auf den Herrn, im Gespräch mit dem Herrn. Die Art des Sterbens, die ihm geschenkt wurde, zeigt noch einmal auf, wie er gelebt hat: im Blick auf den Herrn und im Gespräch mit ihm. So dürfen wir seine Seele getrost der Güte Gottes anempfehlen. 
Herr, wir danken dir für das Zeugnis deines Dieners Joachim. Lass ihn nun Fürbitter für die Kirche in Köln und auf dem ganzen Erdenrund sein. 


Requiescat in pace!

Benedikt XVI., Papa emeritus


FONTE:
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it

venerdì 7 luglio 2017

Dal testamento del card. Meisner: "Seguite il Santo Padre e non perderete mai Cristo”



Il card. Joachim Meisner, arcivescovo emerito di Colonia (uno dei quattro cardinali che ha firmato le due lettere di Dubia al Santo Padre), non ha fatto in tempo ad essere ricevuto da Papa Francesco perché è morto nei giorni scorsi. Sarà sepolto sabato 15 luglio presso la cripta della cattedrale di Colonia. Le indicazioni sono state riferite dall’arcivescovo di Colonia, il card. Rainer Maria Woelki, durante una messa funebre in onore di Meisner, celebrata nella cattedrale della città tedesca. Woelki ha letto il testamento spirituale, sotto forma di preghiera, lasciato dal suo predecessore, nel quale Meisner si rivolge costantemente a Gesù: “Cristo, tu sei la mia speranza, la mia pace, la mia felicità, tutta la mia vita”, scrive il cardinale defunto. “Mi hai toccato con la tua croce per portare amore alla gente. Mi hai fatto diventare sacerdote e vescovo”. Woelki ha sottolineato che l’ultima parola di Meisner è una solenne dichiarazione di fiducia e servizio al Papa: “Seguite sempre il Santo Padre e non perderete mai Cristo”. Nella sua omelia Woelki, che fu segretario e vescovo ausiliare di Meisner a Colonia, ne ha lodato sia la forza evangelizzatrice sia la rettitudine: spesso “era ritenuto scomodo” soprattutto quando interveniva “per la protezione della vita umana e per la vita nascente in pericolo”. Nella Chiesa, nella società e nella politica, secondo Woelki è stato a volte frainteso. Quando nel 1989 si trasferì da Berlino a Colonia, sapeva di avere davanti una chiamata “esigente e stimolante” e “seppe avere calore e affetto per tutti – ha ribadito Woelki – usando parole chiare e mai ambigue”.

giovedì 6 luglio 2017

Lindenberg. Le foto del card. Burke che ha ordinato 7 sacerdoti della Fraternità San Pietro

A Lindenberg il cardinale Burke ha ordinato 7 sacerdoti della Fraternità San Pietro.
Ecco le foto.













Il cardinal Burke sulla difesa della fede e la cura del povero e dell’infermo



Discorso tenuto il 10-2-2017 dal Cardinal Raymond Leo Burke presso la St. James Academy a Lenexa, nello Stato del Kansas, in occasione della seconda “Annual Defense of Faith Lecture”, organizzata dalla Regione di Kansas City del Sovrano Militare Ordine di Malta (traduzione italiana a cura di Maurizio Brunetti e Fabio Petito).




Introduzione

È un piacere, in qualità di Cardinale Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, presentare alla Regione di Kansas City la seconda Annual Defense of Faith Lecture. In particolare, è un piacere potervi dare avallo e supporto in vista della vostra missione principale: la difesa della fede e la cura del povero, specialmente dell’infermo. Che si tratti dell’uno o dell’altro ambito, per la vostra missione vi trovate a fronteggiare una sfida particolarmente impegnativa: rimanere fedeli a Cristo in un mondo che patisce una confusione dilagante e l’errore. Giustamente, attraverso la preghiera, la devozione e, soprattutto, la partecipazione alla Sacra Liturgia, puntate alla conversione personale, per essere poi in grado di portare Cristo nella nostra cultura che, un tempo cristiana, sta via via acquisendo tratti sempre più pagani. Uniti al Cuore Immacolato della Vergine Madre di Dio, affidate i vostri cuori al glorioso Cuore trafitto di Gesù, cercando lì la purificazione e le forze necessarie per restaurare le fondamenta di una cultura cristiana: il rispetto della dignità inviolabile della vita umana innocente; il rispetto dell’integrità del matrimonio e il suo incomparabile frutto – la famiglia – che è la culla della vita umana; il rispetto, infine, della libertà religiosa, che di una vita felice è condizione insostituibile.
Nell’ambito della vostra preghiera e dell’opera per la trasformazione della nostra cultura, desidero riflettere su che cosa significhi essere un cattolico nel mondo di oggi. Per ispirare e informare la nostra preghiera, è importante esaminare la crisi della cultura cristiana nel nostro tempo. Dobbiamo prendere atto della situazione oggettiva in cui essa si trova. Al contempo, come cristiani, dobbiamo essere pieni di speranza e coraggio nella nostra missione di costruire una cultura cristiana forte nelle nostre case, nelle nostre comunità e nella nostra nazione. Dobbiamo confidare nel fatto che, con l’ausilio della divina grazia che ci viene dal glorioso Cuore trafitto di Gesù, trasformeremo l’odierna cultura popolare segnata da profonda confusione e dall’errore e, perciò, anche da una mancanza di fede e di coraggio.
Nella mia presentazione di stasera, intendo riflettere sulla crisi della cultura cristiana in Occidente, e sulla nostra chiamata a restaurarla, nella fedeltà alla vocazione e alla missione cui noi tutti siamo consacrati mediante i sacramenti del Battesimo e della Cresima e, per chi è sposato, del Santo Matrimonio: la vocazione e la missione di dare nel mondo una testimonianza fedele, generosa e disinteressata a Cristo. Questa è stata, naturalmente, la missione del nostro Ordine sin dal suo inizio: proteggere i pellegrini cristiani diretti in Terra Santa e accudire i malati, e – col passare del tempo – difendere il cristianesimo dalla ripetuta minaccia di una dominazione musulmana.
Per prima cosa, traccerò il contesto del vivere la nostra vocazione cristiana nel presente. Poi descriverò l’insegnamento della Chiesa sulla sacralità della vita come forma di nuova evangelizzazione della nostra cultura, e mi soffermerò in special modo sulla necessità di testimoniare le verità riguardanti la sessualità umana. Infine affronterò un argomento di fondamentale importanza per la famiglia intesa come agente primario per la trasformazione della cultura: la responsabilità dei genitori come primi educatori dei propri figli.

1. La crisi della cultura cristiana e le sue radici ideologiche

Papa Benedetto XVI (2005-2013), nell’allocuzione natalizia rivolta nel 2010 al Collegio Cardinalizio, alla Curia Romana e al Governatorato dello Stato Vaticano, si espresse con chiarezza e fermezza circa lo stato di profondo disordine morale della nostra cultura. Il Pontefice parlò dei gravi mali del nostro tempo, fra i quali, per esempio, gli abusi sessuali sui minori da parte del clero, il mercato della pornografia minorile, il turismo sessuale e il letale abuso delle droghe.
Riguardo ai gravi mali che affliggono il mondo nei nostri giorni, Papa Benedetto XVI dichiarò che essi sono tutti segni «[...] della dittatura di mammona che perverte l’uomo»[1], la quale ha la sua origine nel «[...] di un fatale fraintendimento della libertà, in cui proprio la libertà dell’uomo viene minata e alla fine annullata del tutto»[2]. Di sicuro si tratta di manifestazioni di un modo di vivere etsi Deus non daretur, «come se Dio non esistesse», per usare le parole di Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005)[3].
Sono manifestazioni del peccato alla sua radice, che è l’orgoglio.  È proprio a causa dell’orgoglio se l’uomo manca di riconoscere come venga dalla mano di Dio tutto ciò che egli è ed ha. Quel Dio che ci ha creato e che, dopo il peccato dei nostri progenitori, ci ha redenti col Sangue Preziosissimo del suo Figlio unigenito.
Sono manifestazioni della stoltezza di cercare la nostra libertà altrove che nella volontà di Dio, finendo così schiavi di realtà create. Questa stoltezza si rivela in modo particolarmente doloroso in una cultura fortemente caratterizzata da condotte di dipendenza. Non riuscendo a trovare – com’è naturale che non si trovino – la libertà e la felicità nelle cose create dove si era andati a cercarle, chiusi nel nostro orgoglio, invece di ritornare all’obbedienza a Dio, preferiamo farci ancora più schiavi di quella stessa cosa creata finché non ci distrugge.

2. Ragione e fede nella conoscenza dei principi morali oggettivi

Più avanti, nella stessa allocuzione, Papa Benedetto XVI ricordò il suo incontro nella Westminster Hall col mondo della cultura, durante la sua visita pastorale nel Regno Unito del settembre 2010. Le sue riflessioni, in quell’occasione, riguardarono il «[...] giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo politico»[4]. Prendendo spunto dall’esempio di san Tommaso Moro (1478-1535), il Papa affrontò in maniera diretta i «fondamenti etici del discorso civile»[5]. Questi i termini in cui espose il punto di vista cattolico sull’argomento:
«La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi»[6].
Papa Benedetto XVI notava che il ruolo della religione nel discorso pubblico «non è sempre bene accolto»[7], per varie ragioni che includono l’esistenza di forme distorte della religione quali «il settarismo e il fondamentalismo».[8]
Egli osservava, tuttavia, che tali distorsioni non giustificano l’esclusione della religione dal discorso pubblico in quanto «la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana»[9]. Ciò che rimane vero e necessario è il giusto rapporto tra fede e ragione. «Per questo», concludeva il Santo Padre, «vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà»[10].
Il discorso di Papa Benedetto XVI terminava con un invito a salvaguardare e a far propria la giusta relazione tra fede e ragione, essenziale per il perseguimento del bene comune, del bene della società.


3. Discorso morale e sviluppo umano

Nell’Enciclica Caritas in Veritate, Papa Benedetto XVI espresse la stessa preoccupazione in termini di sviluppo umano, indicando il danno arrecato alla società in generale ove si escluda la religione dal discorso pubblico. Ecco come descrisse gli effetti deleteri dei due atteggiamenti estremi (l’esclusione della religione dalla vita pubblica e il fondamentalismo):
«L’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità. La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente e aggressivo. I diritti umani rischiano di non essere rispettati o perché vengono privati del loro fondamento trascendente o perché non viene riconosciuta la libertà personale. Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità»[11].
Nella misura in cui sapremo ripristinare il rispetto per il rapporto essenziale tra fede e ragione, potremo sperare sul futuro di una cultura altrimenti destinata al declino.
I cristiani scoprono la vera relazione tra fede e ragione, il vero concetto di ethos, di norma morale, in Gesù Cristo; instaurando con Lui una relazione personale, giacché Egli viene a incontrarci e a farsi un tutt’uno con noi nel suo Corpo mistico, la Chiesa. La Madre del nostro Salvatore, nonché sua prima migliore discepola, ci conduce a Lui, specialmente quando Questi si fa presente nei Sacramenti o irrobustisce la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore in risposta alle nostre preghiere e devozioni, prima fra tutte il Santo Rosario.
In Gesù Cristo, Dio e Figlio fattosi uomo, il cielo è sceso sulla terra a dissipare l’oscurità dell’errore e del peccato, nonché a riempire le nostre anime con la luce della verità e della bontà. Se viviamo in Cristo, unendo il nostro al suo Sacratissimo Cuore, i fratelli e le sorelle tentati dalla disperazione, persi nel mondo irreale del relativismo morale, troveranno nell’incontrarci una guida per le loro vite e la speranza di cui erano desiderosi. Vivendo in accordo alla verità che solo Cristo insegna nella sua Chiesa, diventiamo luce per dissipare la confusione e l’errore all’origine dei molti e gravi mali morali del presente. Allo stesso tempo, diamo testimonianza alla verità e alla felicità che scaturisce dal vivere in accordo alla verità. In una lunga intervista che ho rilasciato a Guillame d’Alancon, delegato episcopale per i temi della vita e della famiglia nella diocesi di Bayonne in Francia, ho voluto dare testimonianza alla verità oggettiva che ci rende liberi e che sottende la nostra speranza[12]. Vivere in Gesù Cristo è il nostro modo di contribuire al vero sviluppo umano che ogni uomo, nel profondo del suo cuore desidera.

4. Sacralità della vita, il programma per una nuova evangelizzazione

Per affrontare la sfida di vivere da cristiani in un mondo totalmente secolarizzato, il beato Paolo VI e san Giovanni Paolo II ci hanno chiamati a una nuova evangelizzazione. Il che comporta insegnare la fede, celebrandola tanto nei Sacramenti quanto attraverso la preghiera e le devozioni, e viverla mediante la pratica delle virtù come se fosse la prima volta; vale a dire con lo stesso impegno ed energia dei primi discepoli e dei primi evangelizzatori delle nostre terre. Davanti alla gravità dell’attuale condizione del mondo, ci troviamo, come Papa san Giovanni Paolo II ci ricordava, nella stessa situazione dei primi discepoli i quali, dopo aver ascoltato il discorso di Pentecoste di Pietro gli chiesero: «Che dobbiamo fare?» (At 2,37). Come i primi evangelizzatori che affrontarono un mondo pagano che non aveva mai sentito parlare di Nostro Signore Gesù Cristo, così ci troviamo a fronteggiare una cultura incurante di Dio e ostile alla Sua legge, invero inscritta nel cuore di ogni uomo (Rom 2,15). Dinanzi alle grandi sfide del nostro tempo, Papa san Giovanni Paolo II ci ha ammonito sul fatto che non salveremo noi stessi e il nostro mondo scoprendo qualche «formula magica» o «inventando un nuovo programma»[13]. In termini inequivocabili dichiarava: «No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!»[14].
Ci ricordava, così, che il programma con il quale affrontare efficacemente le grandi sfide spirituali del nostro tempo è Gesù Cristo, vivo per noi nella Chiesa. «Il programma c’è già», spiegava, «è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace»[15].
In breve, il programma che conduce alla libertà e alla felicità è, per ciascuno di noi, la santità di una vita vissuta in Cristo. Papa san Giovanni Paolo II, infatti, pose l’intero piano pastorale per la Chiesa in termini di santità:
«In realtà, porre la programmazione pastorale nel segno della santità è una scelta gravida di conseguenze. Significa esprimere la convinzione che, se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: “Vuoi ricevere il Battesimo?” significa al tempo stesso chiedergli: “Vuoi diventare santo?”. Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della Montagna: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt, 5,48)»[16]. Proseguendo, san Giovanni Paolo II evocava il Concilio Ecumenico Vaticano II: «Questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni “geni” della santità»[17].
Papa san Giovanni Paolo II voleva insegnarci la straordinarietà della nostra vita quotidiana, poiché, se vissuta in Cristo, produce in noi l’incomparabile bellezza della santità. Egli dichiarava: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione»[18].
Scorgendo in noi quella conversione quotidiana della vita tramite cui ci sforziamo di approdare a un elevato standard di santità, la misura alta della vita cristiana ordinaria, il nostro prossimo scoprirà il grande mistero della propria vita ordinaria, lungo la quale Dio concede quotidianamente il suo incessante e incommensurabile amore, chiamandoli alla santità della vita in Cristo, suo Figlio unigenito.
Nel novembre del 2010, in occasione del pellegrinaggio all’antico santuario spagnolo di san Giacomo il Maggiore a Compostela, Papa Benedetto XVI ha esortato gli europei a riconoscere il grande dono dell’amore di Dio al mondo, Gesù Cristo, e a seguirlo nella santità di vita. Le sue parole rivolte ai fedeli d’Europa, che si sono assuefatti all’incuranza nei confronti di Dio e persino all’ostilità alla Sua legge, possono applicarsi anche ad altre nazioni scristianizzate come la nostra. Le sue parole sono ulteriormente illuminate dal contesto del suo pellegrinaggio, in quanto il vero scopo di un pellegrinaggio è aprire i nostri occhi su quel grande mistero che è l’amore di Dio nelle nostre vite; in modo da accorgersi di quanto straordinaria sia la propria vita di tutti i giorni. Ascoltiamo le parole di Papa Benedetto XVI:
«Dio è l’origine del nostro essere e il fondamento e culmine della nostra libertà, non il suo oppositore. Come l’uomo mortale si può fondare su se stesso e come l’uomo peccatore si può riconciliare con se stesso? Come è possibile che si sia fatto pubblico silenzio sulla realtà prima ed essenziale della vita umana? Come ciò che è più determinante in essa può essere rinchiuso nella mera intimità o relegato nella penombra? Noi uomini non possiamo vivere nelle tenebre, senza vedere la luce del sole. E, allora, com’è possibile che si neghi a Dio, sole delle intelligenze, forza delle volontà e calamita dei nostri cuori, il diritto di proporre questa luce che dissipa ogni tenebra? Perciò, è necessario che Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli dell’Europa; che questa parola santa non si pronunci mai invano; che non venga stravolta facendola servire a fini che non le sono propri. Occorre che venga proferita santamente. È necessario che la percepiamo così nella vita di ogni giorno, nel silenzio del lavoro, nell’amore fraterno e nelle difficoltà che gli anni portano con sé»[19].
Le parole del Santo Padre chiariscono il dinamismo inerente alla vita dello Spirito Santo dentro di noi. Quello che sprona a dare testimonianza del mistero dell’amore di Dio nelle nostre vite, in modo che le nostre vite siano orientate ancor più pienamente verso Cristo e il nostro mondo si trasformi.

5. La santità della vita e l’importanza del testimoniare la verità sulla sessualità umana

Qui è importante fare chiarezza sulla relazione che c’è tra la crescita nella santità e la pratica delle virtù della purezza, della castità, della modestia, ovvero, il vivere la verità riguardo la sessualità e la vita umana. Che senso ha parlare del nostro amore verso Dio e verso il prossimo, quando non rispettiamo l’ordine che Dio ha posto nella natura e nei nostri cuori? È significativo che Papa Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritatis in Veritate, abbia fatto uno specifico riferimento all’enciclica di Papa Paolo VI «per delineare il senso pienamente umano dello sviluppo proposto dalla Chiesa»[20]. Papa Benedetto ha precisato che l’insegnamento di Humanae Vitae non attiene semplicemente alla moralità individuale:
«Humanae Vitae indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale, inaugurando una tematica magisteriale che ha via via preso corpo in vari documenti, da ultimo nell’Enciclica Evangelium vitae»[21].
Papa Benedetto XVI ci ha ricordato quanto la retta comprensione della sessualità sia essenziale in vista della santità della vita, che è poi l’indice più genuino dello sviluppo umano. Nel trattare globalmente la questione della procreazione, Papa Benedetto XVI ha evidenziato il carattere decisivo di una retta comprensione della sessualità umana, del matrimonio e della famiglia:
«La Chiesa, che ha a cuore il vero sviluppo dell’uomo, gli raccomanda il pieno rispetto dei valori umani anche nell’esercizio della sessualità: non la si può ridurre a mero fatto edonistico e ludico, così come l’educazione sessuale non si può ridurre a un’istruzione tecnica, con l’unica preoccupazione di difendere gli interessati da eventuali contagi o dal « rischio » procreativo. Ciò equivarrebbe ad impoverire e disattendere il significato profondo della sessualità, che deve invece essere riconosciuto ed assunto con responsabilità tanto dalla persona quanto dalla comunità»[22].
Per il futuro della cultura occidentale sarà decisivo il ripristino del rispetto per l’integrità dell’atto coniugale e la promozione di una cultura della vita. «Diventa una necessità sociale», affermava Papa Benedetto XVI, «proporre ancora alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona»[23].
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che «la cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana», e che «la libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale»[24]. Come appare chiaro dalle considerazioni su esposte, la libertà individuale e la libertà della società in generale, dipende da una fondamentale educazione nella verità in merito alla sessualità umana e all’esercizio di quella verità in una vita pura e casta. Il Catechismo della Chiesa Cattolica prosegue osservando quanto segue: «È necessario chiedere ai responsabili dell’educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell’uomo»[25]. Per il cristiano, si tratta dell’educazione alla santità della vita alla sue reali fondamenta, al rispetto dovuto alla dignità inviolabile di sé, del corpo e dell’anima, e degli altri al pari di se stessi.

6. Il compito cruciale dei genitori quali primi educatori dei loro figli

L’educazione in casa e a scuola è l’insostituibile strada per guidare i nostri figli e la gioventù sulla via della felicità in vista della quale Dio ha creato ognuno di noi. Con l’aiuto di una sana educazione a casa e a scuola – l’unica capace di trasformare una cultura – i bambini sperimenteranno la felicità sia durante i giorni del pellegrinaggio terreno sia nell’eternità in Paradiso, che del loro pellegrinaggio è la meta. Luogo primo dell’educazione è la famiglia, poi viene la scuola, essenzialmente correlata alla prima. Nella Familiaris Consortio, l’Esortazione apostolica post-sinodale sulla famiglia del 1981, Papa san Giovanni Paolo II si espresse così riguardo al matrimonio cristiano, alla famiglia e alla chiamata all’evangelizzazione: «La famiglia cristiana, infatti, è la prima comunità chiamata ad annunciare il Vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana»[26]. L’educazione cristiana nella famiglia e nella scuola instrada i bambini e la gioventù in modo vieppiù profondo verso la Tradizione, presenta loro il grande dono della nostra vita in Cristo tramandataci fedelmente in modo ininterrotto attraverso gli apostoli ed i loro successori. L’educazione, per dirsi sana, cioè finalizzata al bene dell’individuo e della società, dev’essere specialmente attenta ad armarsi contro gli errori del laicismo e del relativismo. Alto è il rischio di non riuscire a comunicare alle nuove generazioni la verità, la bellezza e la bontà della nostra vita e del nostro mondo, così come espresse nell’insegnamento immutabile della fede, nella sua più alta espressione tramite la preghiera, la devozione, il culto divino, e la santità della vita di coloro che professano la fede e l’amore per Dio «in spirito e verità» (Gv 4,24).
La Dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum Educationis, promulgata nel corso del Concilio Vaticano II, puntualizza che la responsabilità primaria dell’educazione dei bambini appartiene ai genitori, i quali fanno affidamento su buone scuole per assisterli nel fornire ogni aspetto dell’educazione globale dei loro figli che essi non siano in grado di impartire a casa. Quando si cita la prole come a uno dei beni essenziali del matrimonio, ci si riferisce tanto alla procreazione quanto all’educazione del bambino. Cito dalla Gravissimum Educationis: «I genitori, poiché han trasmesso la vita ai figli, hanno l’obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e i principali educatori di essa. Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può difficilmente essere supplita. Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera vivificata dall’amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l’educazione completa dei figli in senso personale e sociale. La famiglia è dunque la prima scuola di virtù sociali, di cui appunto han bisogno tutte le società. Soprattutto nella famiglia cristiana, arricchita della grazia e delle esigenze del matrimonio sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono imparare a percepire il senso di Dio e a venerarlo, e ad amare il prossimo, conformemente alla fede che han ricevuto nel battesimo»[27].
Certamente anche la società in generale, e la Chiesa in particolare, hanno la responsabilità dell’educazione dei bambini e dei giovani, ma tale responsabilità deve essere sempre esercitata nel rispetto verso quella primaria dei genitori. Questi ultimi, da parte loro, dovrebbero essere pienamente coinvolti in qualunque tipo di servizio educativo fornito dalla società e dalla Chiesa. I bambini e i giovani non dovrebbero essere disorientati o condotti all’errore da un’educazione ricevuta al di fuori delle mura domestiche, che si ponga in conflitto con quella impartita in famiglia. Oggi i genitori devono essere particolarmente vigilanti visto che, purtroppo, in alcune località le scuole sono diventate strumento al servizio di un’agenda laicista nemica della vita cristiana. Si pensi, per esempio, alla cosiddetta educazione gender che, in alcune scuole, è obbligatoria. Si tratta di un attacco diretto alle basi su cui il matrimonio si fonda e, quindi, contro la famiglia. Lo scorso dicembre ho parlato con una giovane madre cattolica il cui figlio maggiore si è diplomato a maggio. Mi ha detto che su di un modulo d’iscrizione a una delle nostre università più prestigiose, viene chiesto: che genere hai scelto per il primo semestre? E c’erano ben venticinque opzioni.
Per il bene dei nostri giovani dobbiamo prestare particolare attenzione a questa espressione fondamentale della nostra cultura che è il sistema educativo. Buoni genitori e bravi cittadini dovranno vigilare sui programmi che le scuole intendono proporre, nonché la vita che, più in generale, si svolge al loro interno, al fine di assicurarsi che i nostri figli vengano formati alle virtù umane e cristiane e non deformati da un indottrinamento orientato alla confusione e all’errore concernente le principali verità fondamentali della vita umana e della famiglia. Tali errori conducono alla schiavitù del peccato causando, quindi, profonda infelicità e distruzione della cultura. Oggi, purtroppo, sentiamo per esempio il bisogno di parlare di «matrimonio tradizionale» come se fossero possibili altri tipi di matrimonio. In realtà, esiste solo un tipo di matrimonio. È quello che Dio ci ha donato al momento della creazione, e che Cristo ha redento con la sua passione salvifica e la morte.
L’educazione impartita prima di tutto a casa e poi arricchita e completata in via sussidiaria dalla scuola – soprattutto in quelle veramente cattoliche – è diretta in buona sostanza alla formazione di buoni cittadini e di buoni membri della Chiesa. In definitiva essa mira alla felicità della persona. Questa discende dalla rettitudine delle relazioni e trova il suo compimento nella vita eterna. Essa presuppone la natura oggettiva delle cose cui il cuore umano, se addestrato ad attenersi a una coscienza rettamente formata, rimane orientato. Essa punta a una conoscenza e un amore del vero, del bene e del bello sempre più profondi. Forma la persona a continuare questa ricerca fondamentale nel corso di tutta la sua vita.

7. Conclusione: Santità di vita e martirio per la fede

Testimoniare una santità di vita significa, in una forma o nell’altra, il martirio. Usando le parole della Sacra Scrittura, consiste nel morire a se stessi per vivere in Cristo (cfr. 2 Cor 5,15 e 1 Pt 2,24). Quando sentiamo la parola martirio, tendiamo a pensare esclusivamente a coloro che hanno versato il loro sangue per amore di Cristo, che sono stati uccisi per odio a Cristo e alla fede cristiana. I martiri di sangue danno la più alta possibile delle testimonianze e ci fanno da modelli per quella che diamo quotidianamente al nostro amore per Cristo, pur non essendo noi necessariamente chiamati a versare il sangue come hanno fatto loro. Il martirio li rende meritevoli di procurarci molte grazie per la nostra vita quotidiana. A fronte dell’avanzata di un’agenda contro la vita e contro la famiglia sempre più aggressiva, peraltro promossa da molti fra coloro che detengono le leve del potere, noi preghiamo, per intercessione della Vergine Madre di Dio, san Giuseppe e tutti i santi, affinché possiamo essere fedeli e coraggiosi nell’amare Cristo in ogni fratello e sorella, specialmente i più bisognosi, coloro che il Signore ha chiamato «i più piccoli» fra i suoi fratelli (Cfr. Mt 25, 40.45).
Dinanzi ai guasti nella vita familiare, all’attacco di massa alla vita umana innocente e indifesa, alla violazione dell’integrità dell’unione matrimoniale, nonché alla negazione dell’indispensabile libertà religiosa, la chiamata al martirio della testimonianza è ancora più pressante. Riflettendo in modo esteso sullo stato critico della cultura cristiana e su come dobbiamo reagire, in accordo alla chiamata alla santità della vita e al martirio della fede, per il bene della nostra stessa salvezza e la salvezza del mondo, riconosciamo che è grazie a Cristo che ci è possibile perseguire la salvezza ed essere veri martiri. È nel seguirlo con fede e senza riserve che portiamo la luce della verità del nostro mondo. Allo stesso tempo, Egli è con noi sempre (cfr. Mt 28,20) come ci ha promesso, per sostenerci con la Sua grazia, attraverso lo Spirito Santo. Questo è il senso fondamentale della natura militare del nostro ordine: essere, utilizzando le parole di san Paolo, soldati di Cristo, combattere la buona battaglia, correre la propria corsa fino alla fine e serbare la fede (cfr. Tm 4,7).
La vita del martire della fede trova il suo centro e la sua fonte nel sacrificio eucaristico, nell’adorazione e in tutte le altre forme di devozione eucaristica, specialmente le visite al Santissimo Sacramento e la comunione spirituale nel corso dell’intera giornata. La comunione con il Signore nel Sacrificio eucaristico viene esteso tramite la devozione eucaristica, a ogni aspetto e a ogni momento della nostra vita.
La Beata Vergine Maria è il nostro modello e anche nostro grande intercessore nel dare fedele e generosa testimonianza a Cristo. Lei è una di noi. Lei condivide pienamente la nostra natura umana, per volontà di Dio è stata preservata da qualunque macchia di peccato sin dal momento del suo concepimento. Lei è stata sin dal primo momento, ed è rimasta, sempre totalmente in Cristo. San Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Veritatis Splendor, ci ricorda l’insostituibile ausilio offertoci della nostra Beata Madre perché noi si dia quella testimonianza che, poi, è il martirio:
«Maria condivide la nostra condizione umana, ma in una totale trasparenza alla grazia di Dio. Non avendo conosciuto il peccato, ella è in grado di compatire ogni debolezza. Comprende l’uomo peccatore e lo ama con amore di Madre. Proprio per questo sta dalla parte della verità e condivide il peso della Chiesa nel richiamare a tutti e sempre le esigenze morali. Per lo stesso motivo non accetta che l’uomo peccatore venga ingannato da chi pretenderebbe di amarlo giustificandone il peccato, perché sa che in tal modo sarebbe reso vano il sacrificio di Cristo, suo Figlio. Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l’uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita»[28].
Possa la Beata Vergine Maria intercedere per noi affinché ciascuno di noi possa essere vero e fedele testimone del Cristo vivo. Possiamo noi volgerci sempre a lei, così che possa condurci a suo Figlio con il suo materno consiglio, dato ai dispensatori del vino alla festa di matrimonio a Cana: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Possa Egli trasformare le nostre vite e il nostro mondo. Possa Egli confermarvi nella vostra missione di promuovere e salvaguardare una cultura cristiana nelle vostre case, nelle vostre comunità e nella nostra amata patria.
Grazie per la vostra gentile attenzione. Che Dio benedica voi e le vostre case.

Note

[1] Benedetto XVI, Discorso ai Cardinali, Arcivescovi, e Vescovi, Prelatura Romana, per la presentazione degli auguri natalizi, del 20-12-2010 (http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20101220_curia-auguri.html).
[2] Ibidem.
[3] Giovannni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale «Christifideles Laici» del 30-12-1988, n. 34.
[4] Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’incontro con le autorità civili, del 17-9-2010 (https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20100917_societa-civile.html).
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem.
[11] Benedetto XVI, Lettera Enciclica «Caritas in veritate», del 29-6-2009, n. 56 (http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate.html).
[12] Cfr. Raymond Leo Burke e Guillaume d’Alançon, Hope for the World: To Unite All Things in Christ, trad. ing., Ignatius Press, San Francisco 2016.
[13] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica «Novo millennio ineunte», del 6-1-2001, n. 29.
[14] Ibidem.
[15] Ibidem.
[16] Ibid. n. 31.
[17] Ibidem.
[18] Ibidem.
[19] Benedetto XVI, Omelia del corso della Santa Messa celebrata in occasione dell’Anno Santo Compostelano nella Plaza del Obradoiro a Santiago de Compostela, del 6-11-2010.
[20] Idem, Lettera Enciclica «Caritas in veritate», doc. cit., n. 15.
[21] Ibid., n. 22.
[22] Ibid., n. 44.
[23] Ibidem.
[24] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2526.
[25] Ibidem.
[26] Giovanni Paolo II, Esortazione post-sinodale «Familiaris consortio», del 22-11-1981, n. 2.
[27] Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sull’educazione cristiana «Gravissimum educationis», del 28-10-1965, n. 3.

[28] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Veritatis splendor», del 6-8-1993, n. 120.